Ercole I d’Este ed Eleonora d’Aragona

Questo raffinato doppio ritratto, nel quale Ercole I d’Este, duca di Ferrara, Modena e Reggio, guarda la consorte Eleonora d’Aragona, è da considerarsi come una medaglia matrimoniale, realizzata per celebrare le nozze dei due, celebrate il 3 luglio del 1472. Non sono molti gli esemplari noti di questa invenzione, ma alcuni di questi recano anche la firma dell’artista, il mantovano Sperandio Savelli, all’epoca medaglista della corte estense. Il rilievo è fuso in piombo, un metallo poco prezioso, ma molto più facile del bronzo da lavorare a freddo (dopo la fusione), che ha permesso allo scultore di incidere raffinatissimi dettagli come il copricapo di Eleonora, o la sua collana, ma anche la veste di Ercole e il suo pendente di gemme a forma di fiore. Una nobile corona di alloro racchiude i due sposi.

 

Ercole I d’Este ed Eleonora d’Aragona | Sperandio Savelli, Mantova, 1426/1428-Venezia, post 1504 | 22SCM0054

Prisciano Prisciani / Uomo sopra un rapace

Funzionario di fiducia del duca di Ferrara Borso d’Este, Prisciano Prisciani fu anche membro del Consiglio Segreto della città e, arricchitosi enormemente, divenne committente di opere d’arte. In questa medaglia Sperandio Savelli lo ritrae pingue e con lo sguardo severo, con una berretta rigida calata sulla fronte e una veste a fitte pieghe. Il rovescio è enigmatico e ancora in parte misterioso. Raffigura un uomo con una lunga veste che tiene nella mano sinistra una sfera ardente e nella destra una lancia, simile a una freccia, e sotto i suoi piedi, su un terreno brullo, un rapace. L’iconografia è connessa a testi di magia diffusi nel Rinascimento, come il Picatrix, che servirono anche per il programma degli affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara, luogo dove oggi è anche conservato il sarcofago di Prisciani, anch’esso opera di Sperandio Savelli.

Prisciano Prisciani / Uomo sopra un rapace | Sperandio Savelli, Mantova, 1426/1428-Venezia, post 1504 | 22SCM0381

Giovanni II Bentivoglio / Putti reggistemma

Questa medaglia di grande modulo raffigura il busto del signore di Bologna, Giovanni II Bentivoglio, raffigurato con un copricapo a zuccotto e una veste completata da una lunga collana a catena (la stessa che indossa nel suo ritratto firmato da Lorenzo Costa, conservato alle Gallerie degli Uffizi di Firenze). Al rovescio due putti alati reggono il suo stemma di famiglia, con il campo bipartito dalla sega a sette denti, e sotto di essi di legge la firma dell’artista, il metallurgo e coroplasta (modellatore di terracotta) Sperandio Savelli da Mantova, che negli anni sessanta del Quattrocento si trovava a Bologna, dove divenne presto il più quotato medaglista.

Giovanni II Bentivoglio / Putti reggistemma | Sperandio Savelli, Mantova, 1426/1428-Venezia, post 1504 | 22SCM0405

Niccolò Michiel / Alidea Contarini

Niccolò Michiel divenne Procuratore di San Marco nel 1500 e questa carica, una delle più alte del sistema veneziano, è registrata in questa medaglia, firmata dal bresciano Fra Antonio, un religioso che dilettava con successo nell’arte del micro-ritratto metallico. Il ritratto è realisticamente crudo, nell’immortalare Michiel con il naso pronunciato e la guancia scavata, ma lo è ancora di più il rovescio, dove l’effigie della moglie, Alidea Contarini, è una cruda rappresentazione di una donna anziana e affaticata dal tempo.

I caratteri alfabetici modellati dall’artista bresciano sono estremamente raffinati, tra i più belli della sua epoca.

Niccolò Michiel / Alidea Contarini | Fra Antonio da Brescia, Treviso, doc. 1487-1514 | 22SCM0135

Cristoforo Moro / Iscrizione

Questo micro-ritratto metallico è firmato dal marchigiano Antonello Grifo, detto Della Moneta perché impiegato stabilmente presso la Zecca della Serenissima nella seconda metà del Quattrocento. L’artista ritrae il doge Cristoforo Moro con pungente naturalismo: profonde righe gli solcano il volto, la pelle sottile lascia intravvedere la vena temporale pulsa sulla fronte e il naso aquilino è una presenza importante sul suo volto.

Moro è abbigliato con una pesante veste damascata chiusa sul petto da bottoncini e sul capo porta il corno dogale, sotto il quale si nota la leggera cuffia di rensa, chiusa sotto il mento da un nastrino.

Cristoforo Moro / Iscrizione | Antonello Della Moneta (Antonello Grifo), Venezia, doc. 1454-1484 | 22SCM0076

Domenico Grimani / Teologia e Filosofia

Domenico Grimani era membro di una delle più importanti famiglie veneziane, che diede natali a grandi uomini di chiesa, che al contempo erano anche straordinari collezionisti di antichità, tanto che il loro lascito costituisce il nucleo fondante dell’attuale Museo Archeologico di Venezia.

In questa medaglia, che Camelio firma al rovescio sotto i piedi delle due figure femminili, Domenico Grimani è raffigurato nella sua veste di cardinale, come recita la legenda del diritto, ma anche di protettore dell’ordine dei frati minori, come indica il suo indossare il saio monacale. Al rovescio, invece, compaiono le personificazioni delle due materie che guidarono la sua vita, la Teologia e la Filosofia, raffigurate mentre la prima indica la luce divina alla seconda.

Domenico Grimani / Teologia e Filosofia | Camelio (Vittore Gambello), Venezia, 1460-1527 | 22SCM0109

Autoritratto / Scena di sacrificio

In questa piccola medaglia realizzata con la tecnica del conio, il medaglista e incisore Vittore Gambello detto Camelio si auto-ritrae imitando una moneta romana. Al diritto, infatti, il suo busto è tagliato come quello degli imperatori romani nei sesterzi imperiali, in perfetta consonanza con le passioni antiquarie che tra la fine del Quattro e l’inizio del Cinquecento dilagavano a Venezia e in tutta la Penisola. Al rovescio Camelio rappresenta una scena di sacrificio all’antica, con uomini nudi che sacrificano una capra su un altare rivolgendosi agli dei. Le parole che si leggono al rovescio fanno, infatti, riferimento al sacrificio come mezzo per invocare la buona sorte, la fortuna.

Autoritratto / Scena di sacrificio | Camelio (Vittore Gambello), Venezia, 1460-1527 | 22SCM0108

Giovanna Dandolo / Pasquale Malipiero

La figura politica più influente della Serenissima era il doge, un rappresentante eletto della Repubblica che rimaneva in carica a vita. Pasquale Malipiero salì al soglio dogale nel 1457, ma già dal 1414 aveva sposato Giovanna Dandolo, che divenne quindi dogaressa. Sono poche le dogaresse delle quali restano i ritratti e questa medaglia è sicuramente una delle immagini più iconiche dell’universo femminile veneziano. La donna aveva all’epoca quasi sessant’anni e il suo volto appare duro e scavato dall’età, ma nobilissimo e raffinato, grazie al rigido copricapo trapezoidale e al damasco fiorato della sua veste.

La medaglia fu realizzata da Pietro da Fano, un artista che prima di giungere in Laguna aveva lavorato a Mantova per i Gonzaga.

Giovanna Dandolo / Pasquale Malipiero | Pietro da Fano, Mantova e Venezia, att. 1457-1464 | 22SCM0082

Niccolò Piccinino / Grifone di Perugia allatta due infanti

Niccolò Piccinino era un capitano di ventura originario di Perugia e durante gli anni del conflitto tra lo Stato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia, combatté dalla parte dei milanesi. Nel novembre 1441, assieme a Filippo Maria Visconti, fu presente alla firma della pace di Cremona, momento nel quale Pisanello poté realizzare un disegno con il suo profilo da fondere poi in questa medaglia.

Il rovescio parla proprio delle origini perugine di Piccinino, perché un maestoso grifone, simbolo della città umbra, campeggia al centro della medaglia. Pisanello modifica però la tradizionale iconografia dell’animale mitologico, fondendola con quella della Lupa capitolina che allatta i due gemelli Romolo e Remo, in questo caso da identificare con Niccolò Piccinino e con il suo mentore, anch’egli perugino, Braccio da Montone.

Niccolò Piccinino / Grifone di Perugia allatta due infanti | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0005

Don Iñigo d’Avalos / Paesaggio entro globo

Fusa da Pisanello durante gli anni del suo soggiorno a Napoli presso la corte aragonese, questa medaglia raffigura Don Iñigo d’Avalos, il gran ciambellano di Alfonso V d’Aragona, e risulta una delle invenzioni più raffinate dell’artista. Il profilo dell’effigiato si distingue, al diritto, sotto un voluminoso mazzocchio con un lungo becchetto di stoffa che ricade appoggiandosi sulla spalla. Al rovescio, invece, lo stemma d’Avalos con le torri merlate racchiuse tra due steli di rosa sormonta la rappresentazione del mondo terracqueo: in basso si distingue uno specchio d’acqua, poi la pianura con alberi e abitazioni, poi le montagne e infine il cielo trapunto di stelle. Forse proprio alle stelle è riferito il motto che compare sotto il globo, non in latino, ma in lingua volgare “per vui se fa”, traducibile con “attraverso di voi si fanno tutte le cose”.

Don Iñigo d’Avalos / Paesaggio entro globo | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0006