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Il ravennate Tommaso Giannotti Rangoni fu uno dei medici più noti del Cinquecento e lavorò sia a Roma che a Venezia al servizio di importanti famiglie nobili, come quella dei Grimani. Fu anche un importante astrologo e a questa sua attività si riferisce il rovescio di questa medaglia, modellata dal veneziano Matteo Pagano, detto Matteo della Fede. Nel dischetto metallico, infatti, si vede il dio Giove, in forma di aquila, che porta il piccolo Ercole a Giunone perché ella lo allatti, mentre attorno a lei gli schizzi di latte si tramutano in stelle che vanno a comporre la Via Lattea. In basso, sulla terra, crescono dei gigli, da sempre simbolo di nobiltà e purezza. Il potente ritratto di Rangoni, al diritto, riprende quello modellato da Alessandro Vittoria per il medico in una medaglia firmata risalente anch’essa al 1562.
Tommaso Rangoni / Origine della Via Lattea | Matteo Della Fede (Matteo Pagano), Venezia, doc. 1543-1562 | 22SCM0418
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La placca è realizzata sbalzando una lastra di rame, poi brunito e dorato per rendere coloristicamente le diverse figure che la abitano. San Gerolamo è qui ritratto a mezzo busto, con due pietre in mano, mentre piangente guarda il Crocifisso davanti a lui. Dietro di lui il grande galero, il cappello cardinalizio, è appeso quasi fuori dalla scena, mentre un fitto bosco fa da quinta e riempie tutto lo spazio disponibile. È un pezzo unico, non se ne conoscono repliche e frutto del lavoro di un artista abituato a lavorare con gli strumenti degli orefici. Su base stilistica, per confronto con le opere dei Lombardo, o del Maestro dell’altare Barbarigo, è possibile accostarlo alla scuola veneziana dell’inizio del Cinquecento.
San Gerolamo | Scultore veneziano, Venezia XVI secolo | 22SCP0271
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La figura politica più influente della Serenissima era il doge, un rappresentante eletto della Repubblica che rimaneva in carica a vita. Pasquale Malipiero salì al soglio dogale nel 1457, ma già dal 1414 aveva sposato Giovanna Dandolo, che divenne quindi dogaressa. Sono poche le dogaresse delle quali restano i ritratti e questa medaglia è sicuramente una delle immagini più iconiche dell’universo femminile veneziano. La donna aveva all’epoca quasi sessant’anni e il suo volto appare duro e scavato dall’età, ma nobilissimo e raffinato, grazie al rigido copricapo trapezoidale e al damasco fiorato della sua veste.
La medaglia fu realizzata da Pietro da Fano, un artista che prima di giungere in Laguna aveva lavorato a Mantova per i Gonzaga.
Giovanna Dandolo / Pasquale Malipiero | Pietro da Fano, Mantova e Venezia, att. 1457-1464 | 22SCM0082
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In questa piccola medaglia realizzata con la tecnica del conio, il medaglista e incisore Vittore Gambello detto Camelio si auto-ritrae imitando una moneta romana. Al diritto, infatti, il suo busto è tagliato come quello degli imperatori romani nei sesterzi imperiali, in perfetta consonanza con le passioni antiquarie che tra la fine del Quattro e l’inizio del Cinquecento dilagavano a Venezia e in tutta la Penisola. Al rovescio Camelio rappresenta una scena di sacrificio all’antica, con uomini nudi che sacrificano una capra su un altare rivolgendosi agli dei. Le parole che si leggono al rovescio fanno, infatti, riferimento al sacrificio come mezzo per invocare la buona sorte, la fortuna.
Autoritratto / Scena di sacrificio | Camelio (Vittore Gambello), Venezia, 1460-1527 | 22SCM0108
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Domenico Grimani era membro di una delle più importanti famiglie veneziane, che diede natali a grandi uomini di chiesa, che al contempo erano anche straordinari collezionisti di antichità, tanto che il loro lascito costituisce il nucleo fondante dell’attuale Museo Archeologico di Venezia.
In questa medaglia, che Camelio firma al rovescio sotto i piedi delle due figure femminili, Domenico Grimani è raffigurato nella sua veste di cardinale, come recita la legenda del diritto, ma anche di protettore dell’ordine dei frati minori, come indica il suo indossare il saio monacale. Al rovescio, invece, compaiono le personificazioni delle due materie che guidarono la sua vita, la Teologia e la Filosofia, raffigurate mentre la prima indica la luce divina alla seconda.
Domenico Grimani / Teologia e Filosofia | Camelio (Vittore Gambello), Venezia, 1460-1527 | 22SCM0109
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Questo micro-ritratto metallico è firmato dal marchigiano Antonello Grifo, detto Della Moneta perché impiegato stabilmente presso la Zecca della Serenissima nella seconda metà del Quattrocento. L’artista ritrae il doge Cristoforo Moro con pungente naturalismo: profonde righe gli solcano il volto, la pelle sottile lascia intravvedere la vena temporale pulsa sulla fronte e il naso aquilino è una presenza importante sul suo volto.
Moro è abbigliato con una pesante veste damascata chiusa sul petto da bottoncini e sul capo porta il corno dogale, sotto il quale si nota la leggera cuffia di rensa, chiusa sotto il mento da un nastrino.
Cristoforo Moro / Iscrizione | Antonello Della Moneta (Antonello Grifo), Venezia, doc. 1454-1484 | 22SCM0076
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Niccolò Michiel divenne Procuratore di San Marco nel 1500 e questa carica, una delle più alte del sistema veneziano, è registrata in questa medaglia, firmata dal bresciano Fra Antonio, un religioso che dilettava con successo nell’arte del micro-ritratto metallico. Il ritratto è realisticamente crudo, nell’immortalare Michiel con il naso pronunciato e la guancia scavata, ma lo è ancora di più il rovescio, dove l’effigie della moglie, Alidea Contarini, è una cruda rappresentazione di una donna anziana e affaticata dal tempo.
I caratteri alfabetici modellati dall’artista bresciano sono estremamente raffinati, tra i più belli della sua epoca.
Niccolò Michiel / Alidea Contarini | Fra Antonio da Brescia, Treviso, doc. 1487-1514 | 22SCM0135
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Niccolò Piccinino era un capitano di ventura originario di Perugia e durante gli anni del conflitto tra lo Stato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia, combatté dalla parte dei milanesi. Nel novembre 1441, assieme a Filippo Maria Visconti, fu presente alla firma della pace di Cremona, momento nel quale Pisanello poté realizzare un disegno con il suo profilo da fondere poi in questa medaglia.
Il rovescio parla proprio delle origini perugine di Piccinino, perché un maestoso grifone, simbolo della città umbra, campeggia al centro della medaglia. Pisanello modifica però la tradizionale iconografia dell’animale mitologico, fondendola con quella della Lupa capitolina che allatta i due gemelli Romolo e Remo, in questo caso da identificare con Niccolò Piccinino e con il suo mentore, anch’egli perugino, Braccio da Montone.
Niccolò Piccinino / Grifone di Perugia allatta due infanti | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0005
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Fusa da Pisanello durante gli anni del suo soggiorno a Napoli presso la corte aragonese, questa medaglia raffigura Don Iñigo d’Avalos, il gran ciambellano di Alfonso V d’Aragona, e risulta una delle invenzioni più raffinate dell’artista. Il profilo dell’effigiato si distingue, al diritto, sotto un voluminoso mazzocchio con un lungo becchetto di stoffa che ricade appoggiandosi sulla spalla. Al rovescio, invece, lo stemma d’Avalos con le torri merlate racchiuse tra due steli di rosa sormonta la rappresentazione del mondo terracqueo: in basso si distingue uno specchio d’acqua, poi la pianura con alberi e abitazioni, poi le montagne e infine il cielo trapunto di stelle. Forse proprio alle stelle è riferito il motto che compare sotto il globo, non in latino, ma in lingua volgare “per vui se fa”, traducibile con “attraverso di voi si fanno tutte le cose”.
Don Iñigo d’Avalos / Paesaggio entro globo | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0006
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Impiegato alla corte estense di Ferrara come gioielliere, Amadio colse subito le potenzialità delle medaglie da poco inventate da Pisanello e si mise al servizio del marchese Leonello anche per questo genere di produzione artistica. In questa medaglia, dove al diritto si staglia l’inconfondibile profilo del marchese di Ferrara con la sua zazzera riccia, al rovescio compare una lince bendata seduta sopra un cuscino.
La lince è presente anche sulle monete, sui sigilli estensi e anche al rovescio di un dipinto di Rogier van der Weyden (Metropolitan Museum, New York con un ritratto di Francesco I d’Este). L’interpretazione di questo emblema ruota attorno al tema della capacità del sovrano di vedere e controllare tutto (tipico di un felino come la lince), ma di essere anche in grado di dissimulare questa conoscenza per il bene dello stato (la benda sugli occhi).
Leonello d’Este / Lince bendata | Amadio da Milano (Amadio Riva da Castronago), Ferrara, doc. 1437-1484 | 22SCM0007