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Fusa in un unico getto con la cornice che la contiene, questa placchetta raffigura san Gerolamo inginocchiato ai piedi del crocifisso in atto di aprirsi il saio per percuotersi il petto in segno di penitenza. Attorno a lui si apre un paesaggio naturale, con alberi caratterizzati da diverse tipologie di foglie, arbusti, e perfino un serpente ai suoi piedi e quello che sembra un orso, dietro di lui.
Il rilievo fu per molto tempo attribuito alla scuola padovana, per poi trovare una più puntuale attribuzione al fiorentino Antonio Averulino detto Filarete, perché stilisticamente affine ai lavori svolti a Roma dallo scultore, che tra 1433 e 1445 si occupò delle porte bronzee della Basilica di San Pietro in Vaticano.
San Gerolamo | Filarete, 1400 ca./ 1469 ca. (?) | 22SCP0240
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Attribuita già da fine Ottocento all’artista veronese Galeazzo Mondella detto Moderno, questa placchetta con san Gerolamo nella grotta è ricca di particolari minuti. Il santo è inginocchiato di fronte al Crocifisso che fa da terminale ad un albero secco, ai piedi del quale, in scorcio si nota il galero cardinalizio, il cappello da cardinale del santo. Sulla destra si distinguono anche il leone con la folta criniera e un teschio appoggiato sopra una bibbia. La resa aspra delle rocce ricorda certi dipinti di Andrea Mantegna o del periodo giovanile di Bellini, un contesto che doveva essere ben noto all’artista veronese che modellò questa placchetta.
San Gerolamo | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0108
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Tra la metà del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento la figura di san Gerolamo conobbe grande diffusione come immagine per la devozione privata, come testimonia la sua presenza nei dipinti e nelle sculture di quel periodo. In questa placchetta in bronzo il santo è in piedi, tiene con la mano destra una pietra con la quale si percuoterà il petto, e volge lo sguardo verso un libro aperto poggiato su una roccia: è la Vulgata la prima traduzione completa della Bibbia in latino, lo sforzo di tutta la vita di Gerolamo.
La piccola scultura è firmata in alto “VLOCRINO”, che risulta essere la trasposizione in caratteri latini di una parola greca traducibile con “capello riccio” e identifica l’artista con il trentino Andrea Briosco, detto appunto il Riccio, a causa della sua capigliatura.
San Gerolamo | Riccio (Andrea Briosco), Trento, 1470-Padova, 1532 | 22SCP0175
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L’elevata qualità di questa scultura è evidente sia nella longilinea figura del santo dalla lunga barba colto di scorcio, mentre con una mano si tiene pudicamente il perizoma e con l’altra tiene il sasso con il quale si flagellerà, sia anche per la straordinaria resa del paesaggio che lo circonda. La natura cede il passo ad un paesaggio trasformato dall’uomo, dove spicca la facciata di una grande chiesa con tanto di portale decorato e alto campanile, e perfino la grotta dove appare il crocifisso sembra un’edicola costruita con la roccia. Non mancano alberi, cespugli ed erbe, tutti minuziosamente modellati. Grazie al confronto con altri suoi bronzi, la placca è stata attribuita a Bartolomeo Bellano, allievo padovano di Donatello.
San Gerolamo | Bellano Bartolomeo, 1434 ca./ 1496 o 1497 | 22SCP0461
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Acquistato da Salvatore Orsetti nel 1804, questo busto, è stato attribuito allo scultore bergamasco Anton Maria Pirovano, ma recentemente (2022) è stato assegnato al trentino Tommaso Rues, attivo a Venezia nella seconda metà del XVII secolo. Questa Maddalena, infatti, è stilisticamente confrontabile con i lavori che lo scultore eseguì per la chiesa di Santa Maria della Salute a Venezia, spostandosi poi a scolpire anche per la chiesa del Redentore. I lunghi capelli, che si attorcigliano in boccoli marcati dai segni del trapano, sono un tema ricorrente nelle opere di Rues.
Maria Maddalena penitente | Rues Tommaso, 1636/ 1703 | 58SC00021
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Opera dello scultore barocco bergamasco Andrea Fantoni, di questo Crocifisso in legno di bosso non sono noti né il committente, né la data di ingresso nelle collezioni dell’Accademia Carrara. Le dimensioni ridotte lo identificano come Crocifisso da camera, quindi come opera destinata alla devozione privata di qualche facoltoso mecenate. Oltre al più tradizionale Cristo issato sulla croce, questa scultura è composta anche da una articolata base, nella quale le figure dell’Eternità (a sinistra, riconoscibile per l’uroburo che stringe nelle mani), e il Tempo (a destra, rappresentato come un vecchio che regge una clessidra) affiancano la Morte, raffigurata come uno scheletro con la falce disteso ai piedi della croce sul monte Golgota.
Crocifisso con allegorie dell’Eternità, della Morte e del Tempo | Fantoni Andrea, 1659-1734; bottega di Fantoni Andrea, 1659-1734 | 58SC00034
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Nel 1438 l’imperatore d’Oriente Giovanni VIII Paleologo giunse a Ferrara, alla corte estense, per discutere con papa Eugenio IV circa la possibilità di riunire la chiesa cattolica e quella ortodossa. Fu proprio in occasione di questo viaggio italiano dell’imperatore che il pittore Pisanello, già passato dalla Mantova dei Gonzaga, alla Ferrara degli Este, fu chiamato a realizzarne un ritratto che rimanesse a imperitura memoria e così l’artista inventò la prima medaglia fusa del Rinascimento.
L’iconico ritratto di Giovanni VIII, con lo skiadon (questo il nome del copricapo puntuto) calzato sulla testa e una corta barba all’orientale, è associato a una effigie a figura intera dell’imperatore mentre, in sella ad un cavallo, si volge in preghiera verso un crocifisso.
Giovanni VIII Paleologo / L’imperatore a cavallo in preghiera | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0001
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Quando risiedette a Ferrara, presso la corte estense, Pisanello realizzò più di una medaglia con il profilo del marchese Leonello. In questo raffinato bronzo il ritratto di Leonello, che coincide con quello dipinto dall’artista negli stessi anni, è rivolto verso destra e indossa un’armatura con motivo a squame, mentre attorno alla sua testa corre la legenda con il titolo di marchese intervallato a ramoscelli d’ulivo.
L’enigmatico rovescio mostra un triplice volto infantile, ai lati del quale, sempre appesi a rami d’ulivo, stanno due ginocchielli d’armatura. L’emblema, già presente in alcuni disegni di Pisanello, è stato interpretato iconografia della prudenza, della cautela e dello spirito d’osservazione necessario al marchese per governare anche in tempo di pace.
Leonello d’Este / Triplice volto infantile | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0004
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Fu solo nell’ottobre 1441, quando sposò Bianca Maria Visconti, che Francesco Sforza assunse il titolo di signore di Cremona che possiamo leggere nella legenda del diritto di questa medaglia fusa da Pisanello. Al diritto, il volto di Francesco è quasi schiacciato sotto un’alta berretta alla capitanesca con la calotta rigonfia e una pesante armatura a lame chiusa sul collo da due fettucce.
È forse il rovescio, il lato più accattivante della medaglia: una testa di cavallo si staglia sul disco di bronzo, accostata ad una pila di libri, simbolo di cultura, e ad una spada, riferimento al mestiere di capitano di ventura svolto dallo Sforza. Il riferimento per la testa di cavallo, invece, va cercato nella monetazione antica, da sempre fonte di ispirazione per le medaglie di Pisanello, e più precisamene in una moneta cartaginese in argento, con al centro del rovescio proprio una testa di cavallo.
Francesco Sforza / Testa di cavallo | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0545
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La medaglia fu probabilmente fusa per celebrare la Pace di Cremona, un patto sancito il 20 novembre del 1441 tra la Serenissima Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano per la spartizione del nord Italia. Filippo Maria Visconti era il signore di Milano e Pisanello lo aveva già raffigurato in un minuzioso disegno (Louvre), forse preparatorio per la medaglia. Il duca è rappresentato al diritto con una singolare berretta all’italiana, rigida sulla fronte, poi floscia nella parte superiore, e con una raffinata veste damascata, sulla quale spicca, l’emblema della colombina entro una ghirlanda sormontata dalla corona ducale.
Al rovescio, entro un brullo paesaggio roccioso, Visconti è riconoscibile nel cavaliere in armi sul cavallo rivolto verso sinistra, perché il suo cimiero termina con il biscione visconteo che mangia il saraceno, presente sul suo stemma di famiglia. Sulla destra si vedono due scudieri, anch’essi a cavallo, e in fondo, in secondo piano una figura femminile nuda che brandisce una spada, è in piedi su una cupola che pare essere quella del battistero di Cremona, dietro il quale si staglia anche il campanile, detto il Torrazzo.
Filippo Maria Visconti / Visconti in armi con scudieri | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 22SCM0424