Sacrificio di Isacco

Questa raffinata placchetta in bronzo dorato illustra l’episodio biblico che aveva come protagonisti Abramo e il figlio Isacco. Per dimostrare fedeltà a Dio, il padre accettò di sacrificare in suo onore il figlio Isacco, ma nel momento in cui stava per immolarlo sull’altare già pronto per il rito, un angelo mandato dallo stesso lo bloccò e gli ordinò di sacrificare al suo posto un ariete, che nel rilievo si scorge dietro l’albero sulla sinistra.

Dopo diverse ipotesi attributive la placchetta fu riconosciuta come una replica esatta del cristallo di rocca inciso dal milanese Annibale Fontana, facente parte di una preziosa cassetta realizzata in lapislazzuli, onice e pietre preziose per il duca Alberto V di Wittelsbach tra il 1560 e il 1570 (conservata presso la Schatzkammer della Residenz di Monaco di Baviera). Fontana fu uno dei più celebri maestri milanesi esperti nell’intaglio delle pietre e del cristallo di rocca, ma si destreggiava anche nella lavorazione dei metalli preziosi (e non) e, nell’ultima fase della sua vita, dopo un soggiorno a Roma e Palermo, anche nella scultura monumentale. 

Sacrificio di Isacco | Annibale Fontana, Milano, 1540-1587 | 22SCP0323

Crocifissione e Resurrezione

Il piccolo tabernacolo metallico è una Pace realizzata montando dei nielli entro alcune parti in bronzo dorato. Al centro compare un’affollata scena di Crocifissione, con le Marie piangenti, mentre al di sopra, nella lunetta, la Resurrezione di Cristo. Il modello per questa piccola Crocifissione è da ricercare in un’opera del fiorentino Maso Finiguerra, maestro indiscusso del niello quattrocentesco, ma la realizzazione di questo esemplare, stilisticamente più ruvido e schietto, è da imputarsi ad un orafo lombardo, come suggeriscono gustosi particolari di autentico realismo padano, come il cagnolino in primissimo piano sulla sinistra, che si accovaccia al fianco delle Marie intente a sorreggere la Vergine svenuta dal dolore ai piedi della croce.

Crocifissione e Resurrezione | Orafo lombardo; copia da Maso Finiguerra, Firenze, 1426-1464 | 22SCP0446

Ecce homo

La Pace è composta da due parti realizzate da maestri diversi. La placchetta rettangolare centrale, raffigurante un Ecce homo, ovvero la presentazione di Cristo flagellato alla folla, è il lavoro di un orefice tedesco, come si può riscontrare da particolari non riscontrabili nella produzione italiana coeva, quali, ad esempio, il particolare cappello a tesa larga calzato sulla testa del personaggio di destra. La cornice, invece, è riconducibile allo stile sansovinesco (di Jacopo Sansovino), che spopolò nella Venezia della seconda metà del XVI secolo e che, soprattutto nei parati decorativi, come le cornici, perdurò anche nel secolo successivo. Questa Pace, quindi, è il frutto di un assemblaggio, come succedeva frequentemente con questa tipologia di oggetti.

Ecce homo | Scultore tedesco, Augusta | 22SCP0232

Ritratto di Tito Vespasiano Strozzi

Tito Vespasiano Strozzi fu un umanista e poeta, allievo del veronese Guarino, che ebbe anche importanti incarichi nella magistratura della città di Ferrara durante il ducato di Borso e Ercole I d’Este. Siamo in grado di sapere che la sua identità si cela dietro questo busto modellato e poi fuso in bronzo perché esistono altri esemplari della placca nei quali compare l’inscrizione con il suo nome: “TITVS STROCIVS”.

Questa grande placca in bronzo lo raffigura con una berretta rigonfia, corti capelli mossi e una veste liscia con morbide pieghe regolari, lavorata minuziosamente con un cesello al fine di sottolinearne le cuciture. Lo scultore Sperandio Savelli realizzò una medaglia con il suo ritratto e anche questo busto è da accostare a un artista che si muoveva nel solco della tradizione ritrattistica inaugurata dal mantovano attivo in Emilia.

Ritratto di Tito Vespasiano Strozzi | cerchia di Sperandio Savelli, Mantova, 1426/1428-Venezia, post 1504 | 22SCM0347

San Gerolamo

La placca è realizzata sbalzando una lastra di rame, poi brunito e dorato per rendere coloristicamente le diverse figure che la abitano. San Gerolamo è qui ritratto a mezzo busto, con due pietre in mano, mentre piangente guarda il Crocifisso davanti a lui. Dietro di lui il grande galero, il cappello cardinalizio, è appeso quasi fuori dalla scena, mentre un fitto bosco fa da quinta e riempie tutto lo spazio disponibile. È un pezzo unico, non se ne conoscono repliche e frutto del lavoro di un artista abituato a lavorare con gli strumenti degli orefici. Su base stilistica, per confronto con le opere dei Lombardo, o del Maestro dell’altare Barbarigo, è possibile accostarlo alla scuola veneziana dell’inizio del Cinquecento.

San Gerolamo | Scultore veneziano, Venezia XVI secolo | 22SCP0271

San Gerolamo

Fusa in un unico getto con la cornice che la contiene, questa placchetta raffigura san Gerolamo inginocchiato ai piedi del crocifisso in atto di aprirsi il saio per percuotersi il petto in segno di penitenza. Attorno a lui si apre un paesaggio naturale, con alberi caratterizzati da diverse tipologie di foglie, arbusti, e perfino un serpente ai suoi piedi e quello che sembra un orso, dietro di lui.

Il rilievo fu per molto tempo attribuito alla scuola padovana, per poi trovare una più puntuale attribuzione al fiorentino Antonio Averulino detto Filarete, perché stilisticamente affine ai lavori svolti a Roma dallo scultore, che tra 1433 e 1445 si occupò delle porte bronzee della Basilica di San Pietro in Vaticano.

San Gerolamo | Filarete, 1400 ca./ 1469 ca. (?) | 22SCP0240

San Gerolamo

L’elevata qualità di questa scultura è evidente sia nella longilinea figura del santo dalla lunga barba colto di scorcio, mentre con una mano si tiene pudicamente il perizoma e con l’altra tiene il sasso con il quale si flagellerà, sia anche per la straordinaria resa del paesaggio che lo circonda. La natura cede il passo ad un paesaggio trasformato dall’uomo, dove spicca la facciata di una grande chiesa con tanto di portale decorato e alto campanile, e perfino la grotta dove appare il crocifisso sembra un’edicola costruita con la roccia. Non mancano alberi, cespugli ed erbe, tutti minuziosamente modellati. Grazie al confronto con altri suoi bronzi, la placca è stata attribuita a Bartolomeo Bellano, allievo padovano di Donatello.

San Gerolamo | Bellano Bartolomeo, 1434 ca./ 1496 o 1497 | 22SCP0461

San Gerolamo

Tra la metà del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento la figura di san Gerolamo conobbe grande diffusione come immagine per la devozione privata, come testimonia la sua presenza nei dipinti e nelle sculture di quel periodo. In questa placchetta in bronzo il santo è in piedi, tiene con la mano destra una pietra con la quale si percuoterà il petto, e volge lo sguardo verso un libro aperto poggiato su una roccia: è la Vulgata la prima traduzione completa della Bibbia in latino, lo sforzo di tutta la vita di Gerolamo.

La piccola scultura è firmata in alto “VLOCRINO”, che risulta essere la trasposizione in caratteri latini di una parola greca traducibile con “capello riccio” e identifica l’artista con il trentino Andrea Briosco, detto appunto il Riccio, a causa della sua capigliatura.

San Gerolamo | Riccio (Andrea Briosco), Trento, 1470-Padova, 1532 | 22SCP0175

San Gerolamo

Attribuita già da fine Ottocento all’artista veronese Galeazzo Mondella detto Moderno, questa placchetta con san Gerolamo nella grotta è ricca di particolari minuti. Il santo è inginocchiato di fronte al Crocifisso che fa da terminale ad un albero secco, ai piedi del quale, in scorcio si nota il galero cardinalizio, il cappello da cardinale del santo. Sulla destra si distinguono anche il leone con la folta criniera e un teschio appoggiato sopra una bibbia. La resa aspra delle rocce ricorda certi dipinti di Andrea Mantegna o del periodo giovanile di Bellini, un contesto che doveva essere ben noto all’artista veronese che modellò questa placchetta.

San Gerolamo | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0108