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La sigla I.O.F.F. compare su un ampio numero di placchette tutte collocabili tra gli ultimi anni del Quattro e i primi del Cinquecento e, a seguito di svariate ipotesi, la critica è giunta a supporre che possa trattarsi del bolognese Giovan Francesco Furnio. Come è possibile dedurre dalla forma di questo oggetto, siamo di fronte al pomo terminale dell’elsa di una spada rinascimentale, nel quale è raffigurato il momento in cui la principessa cretese Arianna, abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso, viene trovata da Dioniso che ne fa la sua sposa. La donna, al centro, è infatti circondata da festosi danzatori che reggono trofei.
Arianna a Nasso | Maestro I.O.F.F. (Giovan Francesco Furnio?), Bologna, XVI secolo | 22SCP0172
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Questa placchetta era in origine montata sull’elsa di una spada e raffigura un episodio della storia romana narrato da Tito Livio. Orazio Coclite, guardiano di Ponte Sublicio, tiene impegnati i nemici mentre i suoi compagni distruggono il ponte stesso per impedire a quelli di attraversarlo e conquistare la città. Anche se non è firmato, questo rilievo fa parte di una serie che ne comprende alcuni siglati I.O.F.F., personalità nella quale la critica ha supposto di poter riconoscere il bolognese Giovan Francesco Furnio.
Orazio Coclite | Maestro I.O.F.F. (Giovan Francesco Furnio?), Bologna, XVI secolo | 22SCP0166
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La singolare forma di questa placchetta la identifica immediatamente come la decorazione per l’elsa di una spada, quella parte che chiudeva l’impugnatura e veniva fissata a terminale del manico. Modellata e fusa dal veronese Galeazzo Mondella, detto il Moderno, raffigura una vicenda avvenuta al condottiero romano Publio Cornelio Scipione. Durante la campagna di Spagna, Scipione ricevette come preda di guerra una giovane bellissima (come si vede nella metà sinistra della placchetta), ma scoperto che la fanciulla era promessa sposa di un nobile celtiberico di nome Allucio, la riconsegnò all’uomo e gli restituì anche la dote di monete d’oro ricevuta dai genitori di lei (nella metà destra del rilievo). La storia diventava, così, exemplum di rettitudine per il soldato rinascimentale che avrebbe brandito questa spada.
La continenza di Scipione | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0131
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Questa placchetta è la replica in bronzo della più celebre gemma antica incisa e nota nel Rinascimento: il Sigillo di Nerone, una corniola incisa e firmata da Dioskourides oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La gemma ebbe una storia collezionistica straordinaria perché inizialmente di proprietà dei Medici, fu montata in argento da Lorenzo Ghiberti, per poi entrare nella raccolta del cardinale Alvise Trevisan e poi di papa Paolo II Barbo, a Roma. Infine, dal 1471, di nuovo a Firenze, tra i beni di Lorenzo il Magnifico, che la fece marchiare con il suo nome. Questa replica precede quel momento, perché non vi si trovano le iniziali di Lorenzo.
Apollo e Marsia (Sigillo di Nerone) | Officine medicee, Firenze, XV secolo | 22SCP0061
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Secondo il mito greco Diomede, re di Argo, arrivò fino a Troia per rubare il Palladio. Si trattava di una statuetta di Atena che, secondo la leggenda, proteggeva la città che la deteneva. Tuttavia, l’ignaro Diomede rubò solo una copia della statua, non riuscendo così a garantire la salvezza alla sua città. Questa placchetta è la riproduzione in bronzo di un calcedonio inciso e firmato da Dioskourides rinvenuto a Roma nel 1437 e, da quel momento, parte delle pià importanti collezioni di gemme antiche, come quella di papa Paolo II, al secolo Pietro Barbo.
Diomede con il Palladio | Officine medicee, Firenze, XV secolo | 22SCP0035
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È ancora aperta la discussione sul tema iconografico rappresentato in questa placchetta dal veronese Galeazzo Mondella, detto il Moderno. Se l’ipotesi più probabile è che le due figure che corrono verso destra siano Marte, armato e dotato di elmo, e la Vittoria, nuda e alata, che tiene nella mano destra un ramo di palma, non è però da escludere che possano essere anche Venere ed Enea, come suggerisce la nudità di lei e le armi che lui porta, dono di Vulcano. Queste sono rese dall’artista con perizia miniaturistica, così come i panneggi svolazzanti, che si accartocciano vorticosamente su loro stessi.
Marte e la Vittoria | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0521
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Dopo aver sconfitto Gerione, una creatura mostruosa (22SCP0105), Ercole ruba i suoi buoi. In questa placchetta, firmata in alto dallo scultore veronese Galeazzo Mondella detto il Moderno, vediamo al centro Ercole, nudo, intento a prendere per le corna i buoi di Gerione, re dell’isola di Eritea, consacrati al dio Apollo. La scena si svolge entro una sorta di piazza che si apre tra edifici in rovina. Nel cielo si legge chiaramente la firma dell’artista “O(PUS) MODERNI”, traducibile con “opera/lavoro di Moderno”, composta da caratteri alfabetici equilibrati e ordinati, dotati di grazie, come si nota soprattutto nelle lettere M, D, E e R.
Ercole e i buoi di Gerione | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0104
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Tra le imprese di Ercole raffigurate in placchetta dal veronese Galeazzo Mondella detto il Moderno, questa è l’unica dove compare un edificio chiaramente riconoscibile: l’arena di Verona, che si staglia a destra, dietro la scena di lotta, contrapposta ad un edificio rinascimentale sul quale, invece, si legge la firma dell’artista.
Al centro l’eroe Ercole, sulle cui spalle si nota la pelle del leone Nemeo, è intento a lottare contro Gerione, una creatura mezza uomo e mezza fiera, secondo la descrizione di Apollodoro. L’uccisione di Gerione non è propriamente una delle fatiche di Ercole, ma un passaggio necessario per il furto dei suoi buoi, raffigurato in un’altra placchetta da Moderno (inv. 22SCP0104).
Ercole e Gerione | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0105
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Al centro della placchetta, parte della serie modellata da Moderno con le fatiche di Ercole, riconosciamo l’eroe antico intento a soffocare il leone, la belva ferocissima che terrorizzava la popolazione della Nemea. Il felino, infatti, aveva un manto che lo rendeva inattaccabile, perché resisteva a qualsiasi tipo di arma. Ercole, accortosi di questa invulnerabilità della pelliccia, decise di affrontarlo a mani nude soffocandolo con le sue possenti braccia. Nella placchetta, una delle più famose di Moderno, sulla destra dei due protagonisti in lotta si vede un albero tagliato con un nuovo broncone, sul quale sono appoggiate le armi deposte da Ercole: l’arco con la faretra e la clava.
Ercole e il leone Nemeo | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0133
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Parte di una serie di placchette con le fatiche di Ercole, questa invenzione di Galeazzo Mondella detto il Moderno raffigura l’eroe in lotta con il gigante al centro della scena tra le rovine di un edificio del quale restano solo le basi di quattro colonne spezzate. Ercole, riconoscibile dalla pelle del leone Nemeo ucciso poco prima, sta uccidendo il gigante Anteo. Egli, figlio di Poseidone, dio del mare, e di Gea, dea della terra, poteva essere ucciso solo se staccato dalla madre, perché il contatto con lei lo rendeva immortale. Ercole, quindi, solleva Anteo da terra e lo strangola.
Ercole e Anteo | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0135