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Se resta ancora ignoto lo scultore che modellò questa medaglia, è invece celebre il vescovo che vi è effigiato: il bresciano Mattia Ugoni, vescovo della veneziana Famagosta dal 1510 e dal 1531 di stanza a Brescia, dove divenne committente del pittore Alessandro Bonvicino detto Moretto. Al diritto lo vediamo di profilo verso sinistra, con la berretta rigonfia e la mozzetta talare liscia con il cocullo (cappuccio). Al rovescio leggiamo un’iconografia ancora da interpretare: una foglia di palma e una di alloro creano una ghirlanda entro la quale è rappresentata, in perfetto equilibrio, una bilancia a due bracci.
Mattia Ugoni / Bilancia entro ghirlanda | Scultore bresciano | 22SCM0133
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Argentina Pallavicini era figlia del marchese di Zibello, un piccolo feudo tra il ducato di Milano e quello di Parma e Piacenza, e visse tra Modena, Venezia e Ancona. Sposatasi con il conte Guido Rangoni, è conosciuta anche con il cognome del marito e nota per la sua attività letteraria. La Pallavicini, infatti, è ricordata come botanica e anche come prolifica poetessa in lingua volgare, ma purtroppo nulla ci resta della sua produzione poetica. In questa bellissima medaglia attribuita ad Antonio Vicentino, Argentina è raffigurata al diritto con abiti raffinatissimi alla moda del tempo, e al rovescio coronata di alloro da una Vittoria alata.
Argentina Pallavicini Rangoni / Scena allegorica | Antonio Vicentino, Venezia, att. 1525-1550 | 22SCM0385
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Dopo aver lavorato come creatore di vetrate, Pastorino si dedicò alla creazione di piccoli ritratti in cera, anche policroma, molti dei quali diventarono modelli per medaglie. In questo micro-ritratto Pastorino immortala Girolama Sacrati, nobildonna di una famiglia ferrarese, forse figlia di Aldobrandino Sacrati, ambasciatore estense a Mantova e in Francia. Le informazioni su di lei sono poche, ma è ricordata nel gruppo di dame che attorniavano Isabella d’Este, in un manoscritto conservato presso la Biblioteca Estense di Modena. In questa medaglia è raffigurata con una complessa acconciatura stretta da fili di perle e con una veste dalla delicata trama a rete e dall’alto colletto.
Girolama Sacrati | Pastorino de’ Pastorini, Castelnuovo Berardenga (Siena), 1508-Firenze, 1592 | 22SCM0203
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Riconosciuta dallo stesso Mario Scaglia come opera inedita dello scultore fiorentino Adriano dei Maestri, detto Adriano Fiorentino, questa medaglia raffigura Giuseppe Colombini, originario di Parma e amico fraterno di Lorenzo de’ Medici, come testimoniano diverse lettere conservate presso l’Archivio di Stato di Firenze. L’incontro tra effigiato e artista avvene però a Napoli, dove Adriano si trasferì nel 1488 e dove Colombini ottenne l’incarico della reggenza del tribunale della Gran Corte della Vicaria di Napoli. Resta ancora misteriosa l’interpretazione del rovescio.
Giuseppe Colombini / Palma con spada e libro | Adriano Fiorentino (Adriano dei Mestri), Firenze,1450/1460-1499 | 22SCM0103
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Il siciliano Matteo Barresi era il marchese del feudo di Pietraperzia, in provincia di Enna, che con lui, tra Quattro e Cinquecento, divenne una raffinata corte al cui centro si trovava un castello abbellito da opere d’arte. Questo piccolo busto ritrae il marchese frontalmente, abbigliato secondo la moda del tempo, fu modellato dal più importante scultore allora attivo in Sicilia, Antonello Gagini, del quale resta solo un’altra opera in bronzo. Più che di una vera e propria medaglia, per questo ritratto metallico di Matteo Barresi, è appropriato parlare di scultura, perché busto e disco bronzei furono fusi come due parti separate e autonome, poi unite nell’opera che ci troviamo di fronte.
Il medaglione, infine, vanta anche una provenienza illustre, perché prima di entrare nella collezione Scaglia era stato in quella del senese Agostino Chigi e compare nell’inventario del suo Palazzetto di Ariccia, un manoscritto conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e datato 1647.
Busto di Matteo Barresi di Pietraperzia | Antonello Gagini, Palermi, 1478-1536 | 22SCM0407
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Era il 10 settembre 1586 quando Domenico Fontana, architetto ticinese, concluse lo spostamento e l’erezione dell’obelisco egiziano, giunto a Roma da Alessandria al tempo dell’imperatore Caligola, e traslato a fine Cinquecento in piazza San Pietro per volere di papa Sisto V. In questa medaglia coniata dal fiorentino Domenico Poggini, attivo a Roma per la zecca vaticana, al diritto vediamo il profilo dell’architetto, rivolto verso destra, con una veste liscia terminante con una sottile gorgiera e una catena con medaglione al collo; mentre al rovescio si staglia al centro del campo l’obelisco vaticano con la data del 1586 all’esergo.
Domenico Fontana / Obelisco | Domenico Poggini, Firenze, 1520-Roma, 1590 | 22SCM0408
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Fu solo nel 1589 che l’architetto ticinese Domenico Fontana portò a termine l’importante impresa commissionatagli da papa Sisto V di spostare ed erigere ben quattro obelischi egiziani antichi che allora si trovavano nell’Urbe. Se il primo, quello di piazza San Pietro, fu eretto già nel 1586, per gli altri ci volle più tempo, ma nel 1589 il lavoro era concluso e Fontana aveva posizionato obelischi anche davanti alla basilica di Santa Maria Maggiore, di San Giovanni in Laterano e in piazza del Popolo. Questa medaglia, coniata dal fiorentino Domenico Poggini, celebra la conclusione dell’impresa e, al rovescio, mostra tutti e quatto gli obelischi egiziani.
Domenico Fontana / Quattro obelischi | Domenico Poggini, Firenze, 1520-Roma, 1590 | 22SCM0462
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Il medaglista svizzero Petere Paul Börner era impiegato come incisore presso la zecca pontificia e si occupava anche della modellazione delle medaglie papali da fondere in bronzo o metalli preziosi. Questa grande medaglia in bronzo dorato raffigura, al diritto, il busto di papa Innocenzo XII, con il triregno e lo stolone decorato con la resurrezione di Lazzaro. Al rovescio è celebrata la costruzione della Dogana di mare a Ripa Grande, un porto fluviale realizzato a partire dal 1693 su progetto dell’architetto Mattia de Rossi. L’edificio fu demolito nel 1919 per fare spazio al ponte Sublicio.
Innocenzo XII / La Dogana di mare a Ripa Grande | Peter Paul Börner, Lucerna, 1657-Roma, 1727 | 22SCM0252
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Modellata e fusa dallo scultore bresciano Maffeo Olivieri, questa medaglia raffigura il vescovo Altobello Averoldi, celebre committente di Tiziano Vecellio. Al diritto lo si scorge di profilo, rivolto verso destra con la gonfia berretta quadriloba sul capo e con la veste talare, caratterizzata da fitte pieghe. Il rovescio, con due uomini che cercano ci coprire una donna nuda, la Verità, svela l’occasione di creazione della medaglia, ovvero un episodio avvenuto nel 1518, quando Altobello ottenne dagli organi di giustizia della Serenissima l’esilio per un tale della famiglia Martinengo che aveva violato la giorvane figlia di un suo parente Averoldi.
Altobello Averoldi / Due uomini velano la Verità | Maffeo Olivieri, Brescia, 1484-post 1543 | 22SCM0138
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Avvicinabile per ragioni stilistiche alla produzione dell’ancora poco noto scultore Antonio Vicentino, questa medaglia raffigura uno dei letterati più noti del Cinquecento: Pietro Aretino. Immortalato al diritto, rivolto verso sinistra, con barba e capelli folti, una veste con collo di pelliccia e una lunga catena attorno al collo, il busto di Aretino è contrapposto ad una complessa iconografia che si ritrova anche nella marca tipografica dello stampatore veneziano Francesco Marcolini. La Verità, una figura femmibile nuda, seduta su una roccia, viene incoronata da una Vittoria alata, mentre schiaccia con il piede destro un satiro, personificazione dell’Odio. Dal cielo, Giove assiste alla scena reggendo una saetta con la mano destra.
Pietro Aretino / La Verità schiaccia l’Odio | Antonio Vicentino, Venezia, att. 1525-1550 (?) | 22SCM0113