Arianna a Nasso

La sigla I.O.F.F. compare su un ampio numero di placchette tutte collocabili tra gli ultimi anni del Quattro e i primi del Cinquecento e, a seguito di svariate ipotesi, la critica è giunta a supporre che possa trattarsi del bolognese Giovan Francesco Furnio. Come è possibile dedurre dalla forma di questo oggetto, siamo di fronte al pomo terminale dell’elsa di una spada rinascimentale, nel quale è raffigurato il momento in cui la principessa cretese Arianna, abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso, viene trovata da Dioniso che ne fa la sua sposa. La donna, al centro, è infatti circondata da festosi danzatori che reggono trofei.

Arianna a Nasso | Maestro I.O.F.F. (Giovan Francesco Furnio?), Bologna, XVI secolo | 22SCP0172

Marte e la Vittoria

È ancora aperta la discussione sul tema iconografico rappresentato in questa placchetta dal veronese Galeazzo Mondella, detto il Moderno. Se l’ipotesi più probabile è che le due figure che corrono verso destra siano Marte, armato e dotato di elmo, e la Vittoria, nuda e alata, che tiene nella mano destra un ramo di palma, non è però da escludere che possano essere anche Venere ed Enea, come suggerisce la nudità di lei e le armi che lui porta, dono di Vulcano. Queste sono rese dall’artista con perizia miniaturistica, così come i panneggi svolazzanti, che si accartocciano vorticosamente su loro stessi.

Marte e la Vittoria | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0521

Diomede con il Palladio

Secondo il mito greco Diomede, re di Argo, arrivò fino a Troia per rubare il Palladio. Si trattava di una statuetta di Atena che, secondo la leggenda, proteggeva la città che la deteneva. Tuttavia, l’ignaro Diomede rubò solo una copia della statua, non riuscendo così a garantire la salvezza alla sua città. Questa placchetta è la riproduzione in bronzo di un calcedonio inciso e firmato da Dioskourides rinvenuto a Roma nel 1437 e, da quel momento, parte delle pià importanti collezioni di gemme antiche, come quella di papa Paolo II, al secolo Pietro Barbo.

Diomede con il Palladio | Officine medicee, Firenze, XV secolo | 22SCP0035

Apollo e Marsia (Sigillo di Nerone)

Questa placchetta è la replica in bronzo della più celebre gemma antica incisa e nota nel Rinascimento: il Sigillo di Nerone, una corniola incisa e firmata da Dioskourides oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La gemma ebbe una storia collezionistica straordinaria perché inizialmente di proprietà dei Medici, fu montata in argento da Lorenzo Ghiberti, per poi entrare nella raccolta del cardinale Alvise Trevisan e poi di papa Paolo II Barbo, a Roma. Infine, dal 1471, di nuovo a Firenze, tra i beni di Lorenzo il Magnifico, che la fece marchiare con il suo nome. Questa replica precede quel momento, perché non vi si trovano le iniziali di Lorenzo.

Apollo e Marsia (Sigillo di Nerone) | Officine medicee, Firenze, XV secolo | 22SCP0061

La continenza di Scipione

La singolare forma di questa placchetta la identifica immediatamente come la decorazione per l’elsa di una spada, quella parte che chiudeva l’impugnatura e veniva fissata a terminale del manico. Modellata e fusa dal veronese Galeazzo Mondella, detto il Moderno, raffigura una vicenda avvenuta al condottiero romano Publio Cornelio Scipione. Durante la campagna di Spagna, Scipione ricevette come preda di guerra una giovane bellissima (come si vede nella metà sinistra della placchetta), ma scoperto che la fanciulla era promessa sposa di un nobile celtiberico di nome Allucio, la riconsegnò all’uomo e gli restituì anche la dote di monete d’oro ricevuta dai genitori di lei (nella metà destra del rilievo). La storia diventava, così, exemplum di rettitudine per il soldato rinascimentale che avrebbe brandito questa spada.

La continenza di Scipione | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0131

Orazio Coclite

Questa placchetta era in origine montata sull’elsa di una spada e raffigura un episodio della storia romana narrato da Tito Livio. Orazio Coclite, guardiano di Ponte Sublicio, tiene impegnati i nemici mentre i suoi compagni distruggono il ponte stesso per impedire a quelli di attraversarlo e conquistare la città. Anche se non è firmato, questo rilievo fa parte di una serie che ne comprende alcuni siglati I.O.F.F., personalità nella quale la critica ha supposto di poter riconoscere il bolognese Giovan Francesco Furnio.

Orazio Coclite | Maestro I.O.F.F. (Giovan Francesco Furnio?), Bologna, XVI secolo | 22SCP0166

Orfeo scende agli inferi

Modellata e fusa da un maestro ancora sconosciuto, che prende il nome convenzionale di Maestro di Orfeo e Orione proprio grazie questa placchetta (e una seconda, inv. 22SCP0538), questo rilievo circolare raffigura una scena del mito del cantore Orfeo che scende agli inferi per riprendere la sua consorte, Euridice, a patto di non guardarla mai durante la permanenza nel mondo dei morti. Questa è la prima scena della storia, durante la quale si vede Orfeo di spalle, reggente la sua cetra, nell’atto di scendere agli inferi, rappresentati come un antro roccioso popolato da mostri cornuti e alati.

Orfeo scende agli inferi | Maestro di Orfeo e Arione, Padova?, XVI secolo | 22SCP0543

La morte di Didone

La grande placchetta raffigura una figura femminile, Didone, che si trafigge il petto con un pugnale. Attorno a lei si apre un paesaggio, con edifici, paesi, alberi e specchi d’acqua, mentre alla sua sinistra, in primo piano, arde un alto fuoco. Ai piedi dell’albero sul quale lei si appoggia si nota una targa, sulla quale si leggono le iniziali dell’artista “AR”, per Andrea Riccio. Stando al racconto di Virgilio, Didone era la regina di Cartagine e morì suicida dopo l’abbandono da parte di Enea. Il rogo in primo piano è quello sul quale lei si gettò dopo essersi trafitta a morte.

La morte di Didone | Riccio (Andrea Briosco), Trento, 1470-Padova, 1532 | 22SCP0529

Ercole e Anteo

Parte di una serie di placchette con le fatiche di Ercole, questa invenzione di Galeazzo Mondella detto il Moderno raffigura l’eroe in lotta con il gigante al centro della scena tra le rovine di un edificio del quale restano solo le basi di quattro colonne spezzate. Ercole, riconoscibile dalla pelle del leone Nemeo ucciso poco prima, sta uccidendo il gigante Anteo. Egli, figlio di Poseidone, dio del mare, e di Gea, dea della terra, poteva essere ucciso solo se staccato dalla madre, perché il contatto con lei lo rendeva immortale. Ercole, quindi, solleva Anteo da terra e lo strangola.

Ercole e Anteo | Moderno (Galeazzo Mondella), Verona, 1467-1528 | 22SCP0135