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Nel 1555, data indicata sulla medaglia, l’imperatore Carlo V d’Asburgo cominciò a cedere progressivamente al figlio Filippo II, tutti i suoi titoli e i suoi domini sui territori europei a del Nuovo Mondo. La medaglia raffigura Filippo fiero, all’età di ventotto anni, abbigliato con una raffinata armatura, mentre al rovescio è raffigurata una metafora del suo regno. Al di sopra di un paesaggio che va dalle aspre montagne, al mare, fino alla costa urbanizzata sulla quale si distingue una città turrita, il dio Apollo attraversa il cielo sereno su di un cocchio trainato da quattro cavalli rampanti. Il dio greco è nudo, con solo un mantello leggero che gli copre le spalle, e possente guida la quadriga che transita dominante sopra il suo regno. Apollo diviene così allegoria di Filippo, che da quel momento avrebbe guidato l’impero reso grande dal padre Carlo, e con fermezza lo avrebbe traghettato da una stagione più aspra, come le montagne sulla sinistra, a un sereno momento di civiltà, alluso dalla rappresentazione della città sulla destra.
Filippo II di Spagna / Apollo in cielo su una quadriga | Jacopo da Trezzo (Jacopo Nizzola), Trezzo d’Adda (Milano), 1510-Madrid, 1589 | 22SCM0218
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Pompeo Leoni era il figlio di Leone Leoni, scultore ufficiale della corte imperiale e ben presto cominciò a lavorare nella bottega del padre, seguendolo anche come medaglista. In questo ritratto in piombo, Pompeo Leoni immortale il giovanissimo figlio di Filippo II e Maria Emanuela d’Aviz, Carlos principe delle Asturie, all’epoca appena dodicenne. Il ragazzo è raffigurato di profilo verso sinistra, con i capelli corti, il mento pronunciato come era tipico degli Asburgo, e abbigliato con un’armatura decorata a motivi vegetali, sulla quale spicca il grande spallaccio in forma di protome mostruosa. Fatto anomalo per le medaglie del Cinquecento, di Don Carlos vediamo anche una mano, la destra, che stringe il bastone del comando, simbolo del suo ruolo. Questo esemplare non è dotato di rovescio, ma l’Accademia Carrara ne conserva un altro che invece mostra al verso il dio Apollo
Don Carlos d’Asburgo | Pompeo Leoni, Venezia, 1533-Madrid, 1608 | 22SCM0403
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Il diritto di questa medaglia mostra i busti accollati (il termine numismatico che significa accoppiati) dell’imperatore Carlo V e di suo figlio Filippo II. Al rovescio entro una cornice particolare, ovvero quella del collare dell’ordine del Toson d’oro, formata da acciarini alternati a pietre focaie, sorgiamo tra i flutti del mare due colonne, sopra le quali sta in bilico la corona imperiale e attorno alle quali, quasi a collegarle, si attorciglia un cartiglio sul quale sono scritte le parole PLVS OVLTRE, letteralmente ‘andare oltre’. Esse sono uno degli emblemi di Carlo V e ricorrono nelle immagini del sovrano.
Carlo V e Filippo II / Colonne d’Ercole | Leone Leoni, Arezzo, 1509-Milano, 1590 | 22SCM0213
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In questa medaglia firmata dal milanese Jacopo Nizzola compare al diritto il busto di Maria d’Asburgo, figlia dell’imperatore Carlo V e di Isabella d’Aviz di Portogallo, che sposò nel 1548 Massimiliano II, suo cugino, divenendo così archiduchessa d’Austria (ecco perché è nota con il nome di Maria d’Austria). Al rovescio compare la personificazione dell’Unione, in ricordo del ricongiungimento tra i due rami della famiglia Asburgo grazie al matrimonio di Maria e Massimiliano. L’Unione, brandendo un ramo d’ulivo, uno di alloro e un giunco, cammina sopra un cumulo di armi dismesse, che divengono così un simbolo di pace.
Maria d’Austria / L’Unione | Jacopo da Trezzo (Jacopo Nizzola), Trezzo d’Adda (Milano), 1510-Madrid, 1589 | 22SCM0201
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Pierre Jeannin fu il primo presidente del Parlamento di Borgogna e sovrintendente delle finanze per il re di Francia Luigi XIII. Non solo, ebbe anche un importante ruolo di mediatore tra il sovrano e la regina madre, Maria de’ Medici. In questo grande medaglione datato 1618, realizzato dallo scultore Guillaume Dupré, lo vediamo di profilo verso destra con una pesante veste liscia chiusa sul petto da gruppi di quattro bottoncini, con il volto solcato dalle rughe dell’età e con i capelli mossi, così come la barba. Si conosce solo un altro esemplare di questa medaglia così grande e così rifinito, ed è conservato, ed esposto, al Museum of Fine Arts di Boston.
Pierre Jeannin | Dupré Guillaume, Sissonne 1576 – Parigi 1643 | 22SCM0516
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Il medaglista francese Guillaume Dupré giunse in Italia nel 1612, chiamato da Francesco IV Gonzaga di Mantova, e da allora cominciò a muoversi per le corti italiane offrendo ai signori le sue capacità come modellatore di piccoli ritratti da fondere in metallo. Questa medaglia con Francesco de’ Medici, figlio di Ferdinando I e Cristina di Lorena, fu realizzato nel 1613 (come si legge nella troncatura del braccio) e raffigura il giovane con folti capelli rigonfi e abbigliato con una armatura sulla quale spicca, per il minuto intaglio, una protome ferina all’altezza dello sterno. Il rovescio della medaglia è liscio ed è possibile apprezzare i cavi (laddove al diritto si trovano rilievi) possibili grazie al sapiente uso di un controstampo.
Francesco di Ferdinando de’ Medici | Dupré Guillaume, Sissonne 1576 – Parigi 1643 | 22SCM0419
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Durante il soggiorno italiano del medaglista francese Guillaume Dupré non mancò una tappa veneziana. Di questo breve periodo in Laguna, risalente al 1612, ci resta solo questa splendida medaglia che raffigura il doge Marcantonio Memmo, eletto il 24 luglio di quell’anno (data dopo la quale dobbiamo, quindi, collocare la creazione di questo ritratto). Dupré immortala il doge di profilo verso destra, soffermandosi su particolari realistici come la vena temporale marcata, il naso grosso e tondo, le pesanti borse sotto gli occhi. Così come per i particolari del volto, è meticolosa anche la resa della veste dogale, in un elaborato damasco a motivi floreali e chiusa sul petto da sei grossi bottoni.
Marcantonio Memmo doge | Dupré Guillaume, Sissonne 1576 – Parigi 1643 | 22SCM0315
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Realizzata in piombo e tramite la tecnica del conio, questa medaglia fu donata da Leone Leoni al signore di Genova, Andrea Doria. L’artista coniò questa medaglia proprio nel capoluogo ligure, dove era appena stato recrutato come incisore di conii presso la Zecca da Doria, e la donò al suo mecenate in segno di ringraziamento, perché egli, assumendolo, lo aveva salvato dalle galere pontificie, dove era condannato a scontare una lunga pena a causa di un reato commesso a Roma. Leoni, infatti, lavorava come incisore per la Zecca pontificia quando sfregiò un uomo, perdette l’incarico e venne condannato. A questa liberazione allude la catena da prigioniero che circonda il suo volto nella medaglia.
Autoritratto / Andrea Doria | Leone Leoni, Arezzo, 1509-Milano, 1590 | 22SCM0190
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Il trentino Antonio Abondio fu uno dei più prolifici medaglisti e incisori di cristalli attivi presso la corte imperiale nel secondo Cinquecento. In questo micro-ritratto il volto di Rodolfo II d’Asburgo, figlio del defunto imperatore Massimiliano II, è contrapposto ad un’iconografia che celebra il primo anno di regno di Rodolfo. In basso l’aquila imperiale, che tiene tra gli artigli uno scettro, volge lo sguardo verso l’alto, dove sopra di lei si scorge una corona di alloro. Sta per spiccare il volo verso l’alto, dove le nubi si diradano e filtra la luce divina che benedice metaforicamente il nuovo regno.
Rodolfo II d’Asburgo / Aquila in volo | Antonio Abondio, Riva del Garda (Trento), 1538-Vienna, 1591 | 22SCM0331
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Un medaglista che ritrae un altro medaglista. In questo ritratto metallico il trentino Antonio Abondio immortala Jacopo Nizzola da Trezzo, ormai trasferito a Madrid, dove lavorava come scultore di corte per i sovrani di Spagna. La medaglia fu realizzata proprio durante il soggiorno spagnolo di Abondio, che raggiunse il collega tra il 1571 e il 1572. Al rovescio troviamo gli dei Minerva e Vulcano, personificazioni di ingenium (ingegno) e labor (lavoro), peculiarità dell’artista effigiato al diritto, ritratto di profilo verso sinistra, con una ricca veste bordata di pelliccia e con in volto i segni dell’età, dato che all’epoca aveva già 62 anni.
Jacopo Nizzola da Trezzo / Minerva e Vulcano | Antonio Abondio, Riva del Garda (Trento), 1538-Vienna, 1591 | 22SCM0215