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Il veneziano Ludovico Dolce fu uno dei poligrafi più attivi del Cinquecento, dando alle stampe centinaia e centinaia di edizioni di testi, tra i quali le Metamorfosi di Ovidio, il Decamerone di Petrarca e anche la Divina Commedia di Dante. Questo raffinatissimo avorio inciso da un artista veneto ancora sconosciuto lo raffigura di profilo, con la lunga e folta barba, che quasi si confonde con la pelliccia del robone, la pesante veste di moda dalla prima metà del XVI secolo. Ritroviamo questa identica effigie di Dolce, con una cornice ovale recante l’anno 1561, nella stampa che decora l’antiporta (la pagina figurata che precede il frontespizio) dell’edizione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto che Dolce curò per lo stampatore Gabriele Giolito de’ Ferrari e che fu stampata solo nel 1572, quattro anni dopo la morte del poligrafo.
Ritratto di Ludovico Dolce | Scultore veneziano, Venezia XVI secolo | 22SCS0110
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La Pace è composta da due parti realizzate da maestri diversi. La placchetta rettangolare centrale, raffigurante un Ecce homo, ovvero la presentazione di Cristo flagellato alla folla, è il lavoro di un orefice tedesco, come si può riscontrare da particolari non riscontrabili nella produzione italiana coeva, quali, ad esempio, il particolare cappello a tesa larga calzato sulla testa del personaggio di destra. La cornice, invece, è riconducibile allo stile sansovinesco (di Jacopo Sansovino), che spopolò nella Venezia della seconda metà del XVI secolo e che, soprattutto nei parati decorativi, come le cornici, perdurò anche nel secolo successivo. Questa Pace, quindi, è il frutto di un assemblaggio, come succedeva frequentemente con questa tipologia di oggetti.
Ecce homo | Scultore tedesco, Augusta | 22SCP0232
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Isabella Capua Gonzaga, principessa di Molfetta, era la moglie di Ferrante Gonzaga, il governatore di Milano durante il dominio spagnolo. Era anche la madre di Ippolita Gonzaga, fanciulla più volte effigiata in medaglia da Jacopo Nizzola da Trezzo, uno dei più prolifici medaglisti ed incisori di cristalli del panorama milanese della metà del Cinquecento. In questo micro-ritratto, firmato da Nizzola, la vediamo contrapposta ad una scena di sacrificio, nella quale una donna riccamente abbigliata con una lunga veste e un copricapo è raffigurata vicino ad un’ara sulla quale arde il fuoco sacro. Potrebbe essere la stessa Isabella, circondata da parole traducibili con “umilmente casta”, in riferimento alla condotta morale della donna.
Isabella Capua Gonzaga / Scena di sacrificio | Jacopo da Trezzo (Jacopo Nizzola), Trezzo d’Adda (Milano), 1510-Madrid, 1589 | 22SCM0197
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Stando ai documenti, Niccolò Tempesta fu il notaio trevigiano di Lorenzo Lotto e il medaglista che lo raffigurò in questa medaglia, il bresciano Fra Antonio, all’inizio del Cinquecento gravitava proprio nel contesto trevigiano nel quale operava anche il pittore. Al diritto vediamo il busto del notaio, con il volto pingue e i capelli lisci e gonfi; al rovescio, invece, un drago alato appoggiato ad una roccia tiene con il becco una bilancia che può essere letta come metafora del suo ruolo di guardiano (drago) della giustizia (bilancia).
Niccolò Tempesta / Grifone con bilancia | Fra Antonio da Brescia, Treviso, doc. 1487-1514 | 22SCM0139
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Se resta ancora ignoto lo scultore che modellò questa medaglia, è invece celebre il vescovo che vi è effigiato: il bresciano Mattia Ugoni, vescovo della veneziana Famagosta dal 1510 e dal 1531 di stanza a Brescia, dove divenne committente del pittore Alessandro Bonvicino detto Moretto. Al diritto lo vediamo di profilo verso sinistra, con la berretta rigonfia e la mozzetta talare liscia con il cocullo (cappuccio). Al rovescio leggiamo un’iconografia ancora da interpretare: una foglia di palma e una di alloro creano una ghirlanda entro la quale è rappresentata, in perfetto equilibrio, una bilancia a due bracci.
Mattia Ugoni / Bilancia entro ghirlanda | Scultore bresciano | 22SCM0133
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Argentina Pallavicini era figlia del marchese di Zibello, un piccolo feudo tra il ducato di Milano e quello di Parma e Piacenza, e visse tra Modena, Venezia e Ancona. Sposatasi con il conte Guido Rangoni, è conosciuta anche con il cognome del marito e nota per la sua attività letteraria. La Pallavicini, infatti, è ricordata come botanica e anche come prolifica poetessa in lingua volgare, ma purtroppo nulla ci resta della sua produzione poetica. In questa bellissima medaglia attribuita ad Antonio Vicentino, Argentina è raffigurata al diritto con abiti raffinatissimi alla moda del tempo, e al rovescio coronata di alloro da una Vittoria alata.
Argentina Pallavicini Rangoni / Scena allegorica | Antonio Vicentino, Venezia, att. 1525-1550 | 22SCM0385
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Dopo aver lavorato come creatore di vetrate, Pastorino si dedicò alla creazione di piccoli ritratti in cera, anche policroma, molti dei quali diventarono modelli per medaglie. In questo micro-ritratto Pastorino immortala Girolama Sacrati, nobildonna di una famiglia ferrarese, forse figlia di Aldobrandino Sacrati, ambasciatore estense a Mantova e in Francia. Le informazioni su di lei sono poche, ma è ricordata nel gruppo di dame che attorniavano Isabella d’Este, in un manoscritto conservato presso la Biblioteca Estense di Modena. In questa medaglia è raffigurata con una complessa acconciatura stretta da fili di perle e con una veste dalla delicata trama a rete e dall’alto colletto.
Girolama Sacrati | Pastorino de’ Pastorini, Castelnuovo Berardenga (Siena), 1508-Firenze, 1592 | 22SCM0203
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Riconosciuta dallo stesso Mario Scaglia come opera inedita dello scultore fiorentino Adriano dei Maestri, detto Adriano Fiorentino, questa medaglia raffigura Giuseppe Colombini, originario di Parma e amico fraterno di Lorenzo de’ Medici, come testimoniano diverse lettere conservate presso l’Archivio di Stato di Firenze. L’incontro tra effigiato e artista avvene però a Napoli, dove Adriano si trasferì nel 1488 e dove Colombini ottenne l’incarico della reggenza del tribunale della Gran Corte della Vicaria di Napoli. Resta ancora misteriosa l’interpretazione del rovescio.
Giuseppe Colombini / Palma con spada e libro | Adriano Fiorentino (Adriano dei Mestri), Firenze,1450/1460-1499 | 22SCM0103
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Il siciliano Matteo Barresi era il marchese del feudo di Pietraperzia, in provincia di Enna, che con lui, tra Quattro e Cinquecento, divenne una raffinata corte al cui centro si trovava un castello abbellito da opere d’arte. Questo piccolo busto ritrae il marchese frontalmente, abbigliato secondo la moda del tempo, fu modellato dal più importante scultore allora attivo in Sicilia, Antonello Gagini, del quale resta solo un’altra opera in bronzo. Più che di una vera e propria medaglia, per questo ritratto metallico di Matteo Barresi, è appropriato parlare di scultura, perché busto e disco bronzei furono fusi come due parti separate e autonome, poi unite nell’opera che ci troviamo di fronte.
Il medaglione, infine, vanta anche una provenienza illustre, perché prima di entrare nella collezione Scaglia era stato in quella del senese Agostino Chigi e compare nell’inventario del suo Palazzetto di Ariccia, un manoscritto conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e datato 1647.
Busto di Matteo Barresi di Pietraperzia | Antonello Gagini, Palermi, 1478-1536 | 22SCM0407
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Era il 10 settembre 1586 quando Domenico Fontana, architetto ticinese, concluse lo spostamento e l’erezione dell’obelisco egiziano, giunto a Roma da Alessandria al tempo dell’imperatore Caligola, e traslato a fine Cinquecento in piazza San Pietro per volere di papa Sisto V. In questa medaglia coniata dal fiorentino Domenico Poggini, attivo a Roma per la zecca vaticana, al diritto vediamo il profilo dell’architetto, rivolto verso destra, con una veste liscia terminante con una sottile gorgiera e una catena con medaglione al collo; mentre al rovescio si staglia al centro del campo l’obelisco vaticano con la data del 1586 all’esergo.
Domenico Fontana / Obelisco | Domenico Poggini, Firenze, 1520-Roma, 1590 | 22SCM0408