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Piccio si è conquistato una posizione di solitaria grandezza nella storia dell’arte italiana dell’Ottocento. La sua pittura recupera la lezione del naturalismo lombardo e la grazia di Correggio, adottando con il passare degli anni una stesura sempre più vaporosa e spesso volutamente non finita. Questa evoluzione dello stile è leggibile anche attraverso i numerosi autoritratti che punteggiano l’intero arco della sua esistenza, diventando una sorta di autobiografia d’artista. Nella tela della Carrara, che risale alla fine degli anni Quaranta, Piccio si raffigura a mezzo busto, con gli strumenti di lavoro, la tavolozza e i pennelli. L’intenso scavo psicologico si accompagna al progressivo ammorbidirsi e sfumare dei contorni in una ricerca espressiva sempre più personale e appartata.
Autoritratto con tavolozza | Carnovali Giovanni detto Piccio, 1804/ 1873 | 58AC00571
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Piccio e Trécourt non erano solo compagni alla scuola di Diotti, ma condividevano una fraterna amicizia che si prolungò oltre gli anni della formazione e che vide Trécourt sostenere il collega in alcuni momenti difficili della sua carriera. Il dipinto era appeso accanto all’Autoritratto di Piccio nello studio di Trécourt a Pavia, dove questi era direttore della Civica Scuola di Pittura. Vestito con il camice da lavoro, mentre tiene in mano un pennello, Giacomo interpreta orgogliosamente sé stesso.
Ritratto del pittore Giacomo Trécourt | Carnovali Giovanni detto Piccio, 1804/ 1873 | 58AC00570
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Ritratto di Lucina Brembati | Lotto Lorenzo, 1480 ca./ 1556-1557 | 58AC00068
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Ritratto di Isotta Brembati Grumelli | Moroni Giovan Battista (1521-1524/ 1579-1580) | 58AC00087
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La Trinità e santi domenicani in gloria | Diziani Gaspare, 1689/ 1767 | 58AC00150
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Cristo morto si erge dal sepolcro, il corpo nudo e ferito, gli occhi chiusi. L’immagine ha origini bizantine e come un’icona appare severa e magnetica nella sua essenzialità, perfetta per la funzione che è chiamata a svolgere: creare un legame intenso con chi osserva, invitando a sentirsi partecipe dei sentimenti di Gesù. L’arco a rilievo è ottenuto a pastiglia, cioè modellando il gesso e coprendolo con foglia d’oro, una tecnica che richiama lo sfarzo della pittura tardogotica.
Vir dolorum | Piero di Giovanni detto Lorenzo Monaco, notizie 1391-1422 | 58MR00011
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Pisanello è l’ultimo esponente di quella elegantissima cultura delle corti conosciuta con il nome di gotico internazionale o tardo-gotico. Artista itinerante tra Verona e Venezia, Mantova e Milano, Roma e Napoli, egli fu a lungo al servizio di Leonello d’Este, il colto marchese di Ferrara. Il ritratto dell’Accademia Carrara, giunto al museo per lascito di Giovanni Morelli, fu eseguito forse in occasione della celebre gara pittorica che vide contrapposti, nel 1441, Jacopo Bellini e Pisanello. L’impostazione di profilo riprende il modello delle medaglie antiche e i caratteristici tratti del volto sono indagati con precisione. Del marchese di Ferrara, Modena e Reggio, l’umanista Angelo Decembrio scrisse: «Aveva un modo di parlare dolce, la fronte serena, gli occhi allegri, e si muoveva sempre con assoluta compostezza, avvenente com’era». La folta chioma di Leonello, il broccato dell’abito e i fiori da erbario del roseto sono descritti minuziosamente, attraverso la pennellata morbida e fusa tipica del gusto raffinato e profano dell’artista.
Ritratto di Leonello d’Este | Pisanello (Antonio di Puccio Pisano), Pisa (?), ante 1394 – Roma, 1455 | 58MR00010
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Il foro per la chiave (ancora visibile sul pannello più grande benché celato da un ritocco) indica che le tavole in origine erano unite e costituivano il fronte di un cassone, un arredo comune nelle case dell’epoca, spesso utilizzato per custodire la dote nuziale. La storia di Griselda è coerente con questa funzione, essendo la vicenda di una donna sottoposta dal marito alle prove più crudeli per saggiarne la fedeltà, come racconta Giovanni Boccaccio in una celebre novella del Decameron.
Episodi della storia di Griselda: Gualtieri e i cittadini di Saluzzo | Francesco di Stefano detto Pesellino (1422 ca./ 1457) | 58MR00009
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San Gerolamo leva la spina al leone | Pittore lombardo o ligure | 81LC00004
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Vittore Carpaccio fu il primo grande interprete della veduta cittadina, ma fu anche un incantevole pittore d’interni. Lo rivela questo dipinto, che fa parte di un ciclo con storie di Maria realizzato per la Scuola degli Albanesi a Venezia, del quale le altre tele sono conservate alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia e alla Pinacoteca di Brera, a Milano. Sant’Anna, madre della Vergine, si riposa dopo il parto, assistita dalle inservienti e dalla levatrice, che prepara il bagno per la neonata; l’anziano marito, Gioacchino, sorveglia la scena in disparte. Il racconto è arricchito da episodi in apparenza secondari, ma fortemente simbolici: i conigli che rosicchiano una foglia di cavolo alludono alla verginità di Maria; l’invocazione “Santo Santo Santo nel Cielo benedetto Colui che viene nel Nome del Signore”, in caratteri ebraici, richiama invece il nome di Cristo, scritto nella stessa lingua sullo stipite della porta.
Nascita di Maria | Carpaccio Vittore (1465 ca./ ante 1526) (e aiuti) | 81LC00235