Crocifisso

Questo Crocifisso è una derivazione, in piccolo formato, dell’opera monumentale che il carrarese Pietro Tacca realizzò in bronzo dorato tra 1611 e 1616 per Filippo III di Spagna, ancora oggi collocato nel monastero dell’Escorial, a Madrid.

La grande fortuna di questo Crocifisso spagnolo portò il maestro a crearne svariate repliche in formato medio (come l’esemplare per la chiesa mantovana di Santa Barbara, del 1626) e piccolo, opere che Tacca produceva nella sua bottega fiorentina con la tecnica della fusione indiretta e che riscontrarono enorme successo come oggetti per la devozione privata.

Particolari come la pelle dei piedi tirata dai chiodi, le costole del corpo magrissimo e gli occhi ormai chiusi, ne fanno un grande esempio di naturalismo e rappresentazione del dolore.

Crocifisso | Pietro Tacca, Carrara, 1577-Firenze, 1640 | 22SCS0014

Crocifisso

Lo scultore comasco Guglielmo Della Porta si trasferì presto nella Roma di papa Paolo III Farnese, dove divenne uno dei più prolifici creatori, tra le altre cose, anche di piccoli oggetti in bronzo, come placchette e crocifissi, tanto che alla sua morte, nel 1577 l’inventario della sua bottega contava decine e decine di crocifissi come questo della collezione Mario Scaglia. Della Porta aveva produttiva officina dove lavoravano diversi maestri, dalla quale uscivano repliche dei suoi modelli rifinite e meticolosamente rinettate (come questa).

Crocifisso | Guglielmo Della Porta, Porlezza (Como), 1515-Roma, 1577 | 22SCS0107

Crocifisso

Questo piccolo Cristo crocifisso realizzato probabilmente in ambito lombardo, o nord-italiano, attorno al XII secolo, rientra nella categoria del Christus triumphans, ovvero del Cristo vincitore sulla morte perché ancora vivo e rappresentato con gli occhi aperti. Questa piccola scultura era fissata su una croce, come suggeriscono i fori sulle mani e sulla mensola sulla quale poggiano i piedi, uniti e non incrociati. Il Cristo è modellato con uno stile ruvido, popolare e con particolari marcati, come l’ombelico estroflesso o le costole sottolineate.

Crocifisso | Scultore lombardo | 22SCS0102

Crocifisso

Questo crocifisso di epoca romanica, probabilmente modellato e fuso in ambito lombardo, reca ancoratracce di una doratura che originariamente doveva ricoprirlo interamente. L’iconografia è quella del Christus triumphans, ovvero del Cristo vincitore sulla morte perché ancora vivo e rappresentato con gli occhi aperti. I fori sulle mani e tra i due piedi, affiancati, servivano per fissarlo ad una croce in rame (con incisioni), che ancora si conserva e che era fissata su una base per darle stabilità. Il Cristo è modellato con uno stile rustico e popolare, con particolari che attirano lo sguardo, come il nodo che stringe in vita il perizoma, oppure le costole che dividono il petto dal ventre.

Crocifisso | Scultore lombardo | 22SCS0106

Crocifisso

Crocifisso | Scultore toscano | 22SCS0100

Crocifisso

Facente parte della categoria iconografica del Christus patiens, ovvero il Cristo morto sulla croce, con le braccia piegate dal peso del corpo privo di vita, la testa reclinata e gli occhi chiusi, questa piccola scultura in bronzo reca ancora le tracce della doratura che lo ricopriva. Grazie al confronto con altri esemplari musealizzati è stato possibile collocare questo crocifisso nell’ambito della produzione francese dell’inizio del XV, grazie a particolari quali lo spostamento delle gambe rispetto all’asse del corpo, il perizoma con sovrabbondanza di stoffa tanto da avere un rimborso sul fianco sinistro e un nodo su quello destro, e i capelli che cadono in morbide ciocche ondulate.

Crocifisso | Scultore francese | 22SCS0101

Crocifisso

Rigido, sintetico e realizzato in forme semplici e lineari, questo crocifisso rientra nella tipologia iconografica del Christus triumphans, ovvero del Cristo vincitore sulla morte perché ancora vivo e rappresentato con gli occhi aperti. Sul capo, invece della corona di spine, questo Cristo porta fiero una vera corona, simbolo di regalità. La struttura fisica è semplice e le membra sono marcate da profonde incisioni praticate sul bronzo, a sottolineare i muscoli, le giunture e la linea che separa le gambe. Il perizoma è più complesso, decorato con una trama a fitti puntini e con incisioni che marcano le pieghe della stoffa. Queste caratteristiche inducono ad avvicinarlo a oggetti di produzione sudtirolese realizzati attorno al XII secolo.

Crocifisso | Scultore sudtirolese | 22SCS0103

Crocifisso

Fuso in una lega carica di rame, come si deduce dal colore che tende al rossiccio, questo crocifisso era anche originariamente dorato in ogni sua parte. L’iconografia è quella del Christus patiens, ovvero il Cristo morto sulla croce, con le braccia piegate dal peso del corpo privo di vita, la testa reclinata e gli occhi chiusi. Nel modellare la scultura l’artista scelse anche di sottolineare la regalità del ruolo di Cristo calzandogli sul capo una corona decorata da incisioni e di lavorare con il bulino il perizoma, rendendo evidente il bordo inferiore, con una trama a croci, e la cintura che lo stringe in vita, annodata sul lato destro. Il confronto con esemplari affini, lo colloca in ambito francese attorno alla fine del XII secolo.

Crocifisso | Scultore francese | 22SCS0104

Campanella con repliche di gemme antiche

La creazione e l’uso di campanelle di bronzo era piuttosto frequente nel Rinascimento, quando venivano adoperate come strumenti per chiamare i servitori nelle case di nobili ed eruditi. Nella realizzazione di questo esemplare l’artista volle richiamare la cultura antiquaria del collezionismo di gemme incise, infatti, vi troviamo raffigurate diverse iconografie tratte proprio dalle preziose pietre dure incise in epoca greca o romana che raccoglievano i colti uomini del Rinascimento. Spicca, subito riconoscibile, il ratto del Palladio (una statuetta con poteri straordinari) da parte di Diomede.

 

Campanella con repliche di gemme antiche | Scultore veneto | 22SCS0108

Ritratto di Ludovico Dolce

Il veneziano Ludovico Dolce fu uno dei poligrafi più attivi del Cinquecento, dando alle stampe centinaia e centinaia di edizioni di testi, tra i quali le Metamorfosi di Ovidio, il Decamerone di Petrarca e anche la Divina Commedia di Dante. Questo raffinatissimo avorio inciso da un artista veneto ancora sconosciuto lo raffigura di profilo, con la lunga e folta barba, che quasi si confonde con la pelliccia del robone, la pesante veste di moda dalla prima metà del XVI secolo. Ritroviamo questa identica effigie di Dolce, con una cornice ovale recante l’anno 1561, nella stampa che decora l’antiporta (la pagina figurata che precede il frontespizio) dell’edizione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto che Dolce curò per lo stampatore Gabriele Giolito de’ Ferrari e che fu stampata solo nel 1572, quattro anni dopo la morte del poligrafo.

Ritratto di Ludovico Dolce | Scultore veneziano, Venezia XVI secolo | 22SCS0110