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Il rilievo, montato in una cornice in marmo rosso venato e marmo ocra maculato, raffigura un putto seduto, con la testa rivolta verso destra, mentre regge una ghirlanda al di sopra del capo. Riconosciuto da Federico Zeri come opera François Duquesnoy, uno degli esponenti di punta del classicismo romano, fu probabilmente realizzato intorno al 1628-1629, insieme all’Angelo con drappo, sempre di proprietà di Zeri e donato all’Accademia Carrara assieme a questo.
Putto con ghirlanda | Duquesnoy François (1597/ 1643) | 98ZR00011
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Esponente della nobiltà romana, il marchese Alessandro Rondinini era magistrato e membro del Collegio dei Segretari Apostolici, appassionato d’arte e collezionista di antichità. Il busto venne eseguito per il progetto mai portato a compimento della cappella di famiglia in Santa Maria della Concezione ai Monti a Roma. Esso presenta una impostazione che deriva dai modelli di Algardi, maestro di Domenico Guidi, distinguendosi per la sobria eleganza delle forme e per la compostezza dei panneggi.
Busto di Alessandro Rondinini senior | Guidi Domenico, 1625/ 1701 | 98ZR00014
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Bozzetto per ceroforale della cappella dell’Arca nella Basilica di Sant’Antonio a Padova | Parodi Filippo, 1630/ 1702 | 98ZR00020
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Nelle corti rinascimentali il gioco dei tarocchi era molto diffuso. Non conosciamo le regole, ma sappiamo che un mazzo era composto da 56 carte ripartite in quattro serie di semi e da 22 carte illustrate, anticamente dette Trionfi. Il mazzo, diviso fra l’Accademia Carrara, la Morgan Library di New York e una raccolta privata, fu eseguito da Bonifacio Bembo, forse con la collaborazione del fratello Ambrogio, mentre Cicognara intervenne in un secondo momento per integrare l’insieme con tre carte mancanti.
Il mazzo originario presenta l’inserimento dei trionfi rappresentanti Stella, Luna, Mondo (Accademia Carrara), Sole Fortezza, temperanza (The Piermont Morgan Library di New York), eseguiti intorno al 1480 dal pittore cremonese Antonio Cicognara, come integrazione di carte perdute. Il mazzo è attualmente smembrato in tra diverse collezioni: l’Accademia Carrara di Bergamo (26 carte di cui 5 trionfi e 7 carte figurate), la Pierpont Morgan Library di New York (35 carte di cui 15 trionfi e 8 carte figurate) e una collezione privata di Bergamo (13 carte numerali). Alla completezza del mazzo originario mancano solo il Diavolo, la Torre, il tre di spade e il cavallo di denari. Attraverso due precedenti lasciti testamentari (prima del canonico conte Ambiveri e poi della famiglia Donati) le carte pervennero al conte Alessandro Colleoni. Questi patteggio con il conte Francesco Baglioni ventisei carte del mazzo da lui posseduto, in cambio di alcuni dipinti. Quando il conte Baglioni morì, nel 1900, le ventisei carte di sua proprietà furono lasciate insieme al resto della sua collezione all’Accademia Carrara. Sulle carte si ripete spesso il motivo del sole raggiante. Compaiono poi molte altre imprese adottate sia dai Visconti che dagli Sforza, come la colomba, la corona con l’alloro e la palma, e l’impresa, adottata esclusivamente da Francesco Sforza, dei tre anelli incrociati. Fu Roberto Longhi ad attribuire il mazzo a Bonifacio Bembo con largo seguito della critica. Nel 1981 l’Algeri torna a riconoscervi la mano di Francesco Zavattari. Più recentemente l’attribuzione alla bottega di Bonifacio Bembo è stata confortata dal ritrovamento di alcuni documenti attraverso i quali è possibile attribuire con certezza opere molto prossime ai tarocchi.
Ventuno carte da gioco e due carte da tarocchi (Imperatore, Giustizia); Tre carte da tarocchi (Stella, Luna, Mondo) | Bembo Bonifacio, notizie 1444-1477; Cicognara Antonio (notizie 1480-1516); Bembo Ambrogio, notizie 1450-1482 (?) | 06AC00889/01-26
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Le tavole in origine erano nella parrocchiale di Scanzo, in provincia di Bergamo, e formavano un polittico, una pala d’altare composta da più pannelli inseriti in una struttura lignea decorata. Alla fine del Quattrocento, la committenza bergamasca guardava soprattutto a Milano, mentre fuori città, dove resisteva il gusto per i preziosi fondi oro, gli artisti si cercavano a Venezia. Vivarini era tra i più richiesti e nel cartiglio sul trono di Maria si firma orgogliosamente originario di Murano.
Madonna col Bambino in trono; Trinità; san Pietro; san Michele arcangelo (Polittico di Scanzo) | Vivarini Bartolomeo, 1430 ca./ 1491 post | 58AC00029-34
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Il dipinto fu presentato nel 1835 alla mostra annuale dell’Accademia Carrara e dell’Accademia di Brera. Dopo quest esposizioni fu donato dall’autore all’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo per essere inizialmente collocato tra le tele e i marmi pantheon di glorie bergamasche allestito presso la sede del consesso accademico sita all’epoca sopra il Fontanone in Piazza Duomo. Enrico Scuri era diventato socio dell’Ateneo nel 1833, primo significativo riconoscimento di una carriera allora agli esordi ma che lo avrebbe portato nel 1846 a diventare Direttore della Scuola di Pittura dell’Accademia Carrara, succedendo al suo maestro, Giuseppe Diotti.
Torquato Tasso che medita alcun poetico concetto | Enrico Scuri, 1806/ 1884 | 06CB00182
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Figlio del conte Antonio Defendente Tadini e di Maria Guizzardi, Antonio Tadini (Romano di Lombardia, 30 gennaio 1754 – 14 luglio 1830) è stato un ingegnere e matematico, nonché docente di fisica presso il Collegio Mariano di Bergamo. Fu autore di importanti studi di ingegneria idraulica, tra gli altri le Tavole idro-metriche per la dispensa delle acque correnti per uso della Regia Città di Bergamo, pubblicato nel 1825. Diotti, direttore della Scuola di Pittura dell’Accademia Carrara, lo ritrae nel 1826 proprio con in mano dei fogli di appunti manoscritti che si riferiscono chiaramente a questo trattato. L’ampia veduta sullo sfondo, che raffigura una veduta del ponte di Gorle sul Serio, è dovuta alla collaborazione di Pietro Ronzoni (Sedrina, 28 novembre 1781 – Bergamo, 29 aprile 1862), amico di Diotti e specialista nella pittura di paesaggio.
Ritratto dell’ingegnere idraulico Giovan Antonio Tadini | Giuseppe Diotti, 1779/ 1846 | 06CB00171
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Eseguito a Bergamo, nel 1898, il dipinto si situa a metà strada tra il ritratto e la scena di genere o di costume, un soggetto quest’ultimo frequentato da Tallone nel corso degli anni Novanta in opere come La massaia, inviata a Milano alla Triennale del 1894 (Milano, Galleria d’Arte Moderna), o La pastorella, esposta a Torino nel 1898, nei quali l’artista utilizza la moglie e i figli come modelli. In questa tela è raffigurata la primogenita Irene (Bergamo 1889 – Milano 1905), nata dal matrimonio con Eleonora Tango, che il pittore sposava a Roma il 18 aprile 1888. La giovane, che all’epoca della tela aveva nove anni, aveva già posato l’anno prima per un celebre ritratto che Tallone aveva inviato alla esposizione internazionale d’arte di Venezia e che ora si trova alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. In questo dipinto il padre sembra averla colta in un momento di riposo, come se la giovane fosse entrata nello studio dell’artista per osservarlo al lavoro. Irene è seduta e con la mano sorregge teneramente il capo. L’abbigliamento è quello di tutti i giorni: una grande gonna blu e una camiciola bianca dalle larghe falde. I lunghi cappelli si adagiano lungo le spalle, mentre il suo sguardo fissa un po’ annoiato lo spettatore. Sul tavolo accanto alla fanciulla si trovano alcune ciliegie che, oltre a ricordare l’arrivo dell’estate, compongono una deliziosa natura morta, mentre alle spalle della ragazza si notano le rose che danno il titolo al quadro. Realizzato da Tallone con l’abituale immediatezza e scioltezza esecutiva, il dipinto deve il suo fascino al fragile equilibrio trovato dall’artista tra l’aderenza al dato naturalistico e le convenzioni della scena di genere. Il patetismo un poco stucchevole che accompagnava sovente questo genere di raffigurazioni è abilmente evitato da Tallone a favore di una tenera immagine della giovinezza e dell’amore filiale.
Ritratto della figlia Irene (Ragazza con rose) | Cesare Tallone, 1853/ 1919 | 06CB00234
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Le tre tavole componevano il registro superiore di un polittico originariamente collocato sull’altare maggiore della chiesa di San Pietro a Cornalba, in Val Serina, vicino a Bergamo, dove sono ricordate come “iconam magnam inauratam” nella visita pastorale di san Carlo Borromeo nel settembre del 1575. Su un cielo azzurro brillante, percorso da nubi bianche sfilacciate, si stagliano al centro la Madonna con il Bambino, a sinistra San Giovanni Battista e Santa Caterina d’Alessandria (con il frammento di ruota nelle mani) e a destra l’anziano San Giacomo Maggiore con Santa Maria Maddalena, abbigliata con un prezioso vestito trapunto di gemme e perle. Al centro del grande polittico si trovava un San Pietro recante la firma “Christophorus Parmensis P(ictor)”, corrispondente al pittore Cristoforo Caselli.
Madonna col Bambino; Santi Giovanni Battista e Caterina d’Alessandria; Santi Maddalena e Giacomo Maggiore | Caselli Cristoforo detto Cristoforo de’ Temperelli, 1460 ca./ 1521 | 58AC00196,197,199
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Santa Caterina d’Alessandria con una monaca | Cicognara Antonio (notizie 1480-1516) | 58MR00120