Ritratto di Apollonio Massa

Siamo a conoscenza dell’identità di questo anziano uomo barbuto grazie a busto in terracotta conservato oggi al Seminario Patriarcale di Venezia (ma originariamente nella chiesa delle Convertite, presso la Giudecca), sul quale era apposta non solo la data del 1587, ma anche il nome di Apollonio Massa. Per Massa, celebre naturalista, lo scultore trentino Alessandro Vittoria eseguì diversi busti in terracotta e in marmo e questa versione, già appartenuta a Federico Zeri, può verosimilmente essere considerata come il bozzetto preparatorio per la successiva esecuzione del busto in più grande formato, e forse modellato proprio in presenza dell’effigiato. Il volto di Apollonio è vivido, con i grandi occhi aperti e definiti fin nella pupilla, con la bocca sottile che quasi scompare sotto i lunghi baffi, che si congiungono alla folta barba lavorata con veloci tocchi di stecca.

Ritratto di Apollonio Massa | Vittoria Alessandro, Trento, 1525-Venezia, 1608 | 98ZR00006

Angelo con drappo

Il rilievo, montato in una cornice in marmo rosso venato e marmo ocra maculato, raffigura un putto seduto, con la testa rivolta verso destra, mentre regge una ghirlanda al di sopra del capo. Riconosciuto da Federico Zeri come opera François Duquesnoy, uno degli esponenti di punta del classicismo romano, fu probabilmente realizzato intorno al 1628-1629, insieme all’Putto con corona di alloro, sempre di proprietà di Zeri e donato all’Accademia Carrara assieme a questo.

Angelo con drappo | Duquesnoy François (1597/ 1643) | 98ZR00010

Testa di Socrate

In questo volto girato verso destra caratterizzato da naso largo, ampia fronte con ciuffo di capelli, che ricadono lunghi i lati, e folta barba che non ricopre il mento prominente, è possibile riconoscere la tradizionale iconografia del filosofo antico Socrate. Ritenuta da Federico Zeri, già proprietario della scultura, un’opera romana del XVII secolo, questa testa venne resa nota da Andrea Bacchi che la riteneva ispirata da un modello antico. La scelta del marmo nero la collega ad un’importante produzione attestata a Roma già nella seconda metà del Cinquecento, ma ampiamente documentata presso scultori e restauratori nei primi decenni del secolo successivo.

Testa di Socrate | Scultore attivo a Roma | 98ZR00013

Putto con ghirlanda

Il rilievo, montato in una cornice in marmo rosso venato e marmo ocra maculato, raffigura un putto seduto, con la testa rivolta verso destra, mentre regge una ghirlanda al di sopra del capo. Riconosciuto da Federico Zeri come opera François Duquesnoy, uno degli esponenti di punta del classicismo romano, fu probabilmente realizzato intorno al 1628-1629, insieme all’Angelo con drappo, sempre di proprietà di Zeri e donato all’Accademia Carrara assieme a questo.

Putto con ghirlanda | Duquesnoy François (1597/ 1643) | 98ZR00011

Busto di Alessandro Rondinini senior

Esponente della nobiltà romana, il marchese Alessandro Rondinini era magistrato e membro del Collegio dei Segretari Apostolici, appassionato d’arte e collezionista di antichità. Il busto venne eseguito per il progetto mai portato a compimento della cappella di famiglia in Santa Maria della Concezione ai Monti a Roma. Esso presenta una impostazione che deriva dai modelli di Algardi, maestro di Domenico Guidi, distinguendosi per la sobria eleganza delle forme e per la compostezza dei panneggi.

Busto di Alessandro Rondinini senior | Guidi Domenico, 1625/ 1701 | 98ZR00014

Ventuno carte da gioco e due carte da tarocchi (Imperatore, Giustizia); Tre carte da tarocchi (Stella, Luna, Mondo)

Nelle corti rinascimentali il gioco dei tarocchi era molto diffuso. Non conosciamo le regole, ma sappiamo che un mazzo era composto da 56 carte ripartite in quattro serie di semi e da 22 carte illustrate, anticamente dette Trionfi. Il mazzo, diviso fra l’Accademia Carrara, la Morgan Library di New York e una raccolta privata, fu eseguito da Bonifacio Bembo, forse con la collaborazione del fratello Ambrogio, mentre Cicognara intervenne in un secondo momento per integrare l’insieme con tre carte mancanti.

Il mazzo originario presenta l’inserimento dei trionfi rappresentanti Stella, Luna, Mondo (Accademia Carrara), Sole Fortezza, temperanza (The Piermont Morgan Library di New York), eseguiti intorno al 1480 dal pittore cremonese Antonio Cicognara, come integrazione di carte perdute. Il mazzo è attualmente smembrato in tra diverse collezioni: l’Accademia Carrara di Bergamo (26 carte di cui 5 trionfi e 7 carte figurate), la Pierpont Morgan Library di New York (35 carte di cui 15 trionfi e 8 carte figurate) e una collezione privata di Bergamo (13 carte numerali). Alla completezza del mazzo originario mancano solo il Diavolo, la Torre, il tre di spade e il cavallo di denari. Attraverso due precedenti lasciti testamentari (prima del canonico conte Ambiveri e poi della famiglia Donati) le carte pervennero al conte Alessandro Colleoni. Questi patteggio con il conte Francesco Baglioni ventisei carte del mazzo da lui posseduto, in cambio di alcuni dipinti. Quando il conte Baglioni morì, nel 1900, le ventisei carte di sua proprietà furono lasciate insieme al resto della sua collezione all’Accademia Carrara. Sulle carte si ripete spesso il motivo del sole raggiante. Compaiono poi molte altre imprese adottate sia dai Visconti che dagli Sforza, come la colomba, la corona con l’alloro e la palma, e l’impresa, adottata esclusivamente da Francesco Sforza, dei tre anelli incrociati. Fu Roberto Longhi ad attribuire il mazzo a Bonifacio Bembo con largo seguito della critica. Nel 1981 l’Algeri torna a riconoscervi la mano di Francesco Zavattari. Più recentemente l’attribuzione alla bottega di Bonifacio Bembo è stata confortata dal ritrovamento di alcuni documenti attraverso i quali è possibile attribuire con certezza opere molto prossime ai tarocchi.

Ventuno carte da gioco e due carte da tarocchi (Imperatore, Giustizia); Tre carte da tarocchi (Stella, Luna, Mondo) | Bembo Bonifacio, notizie 1444-1477; Cicognara Antonio (notizie 1480-1516); Bembo Ambrogio, notizie 1450-1482 (?) | 06AC00889/01-26

Madonna col Bambino in trono; Trinità; san Pietro; san Michele arcangelo (Polittico di Scanzo)

Le tavole in origine erano nella parrocchiale di Scanzo, in provincia di Bergamo, e formavano un polittico, una pala d’altare composta da più pannelli inseriti in una struttura lignea decorata. Alla fine del Quattrocento, la committenza bergamasca guardava soprattutto a Milano, mentre fuori città, dove resisteva il gusto per i preziosi fondi oro, gli artisti si cercavano a Venezia. Vivarini era tra i più richiesti e nel cartiglio sul trono di Maria si firma orgogliosamente originario di Murano.

Madonna col Bambino in trono; Trinità; san Pietro; san Michele arcangelo (Polittico di Scanzo) | Vivarini Bartolomeo, 1430 ca./ 1491 post | 58AC00029-34

Torquato Tasso che medita alcun poetico concetto

Il dipinto fu presentato nel 1835 alla mostra annuale dell’Accademia Carrara e dell’Accademia di Brera. Dopo quest esposizioni fu donato dall’autore all’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo per essere inizialmente collocato tra le tele e i marmi pantheon di glorie bergamasche allestito presso la sede del consesso accademico sita all’epoca sopra il Fontanone in Piazza Duomo. Enrico Scuri era diventato socio dell’Ateneo nel 1833, primo significativo riconoscimento di una carriera allora agli esordi ma che lo avrebbe portato nel 1846 a diventare Direttore della Scuola di Pittura dell’Accademia Carrara, succedendo al suo maestro, Giuseppe Diotti.

Torquato Tasso che medita alcun poetico concetto | Enrico Scuri, 1806/ 1884 | 06CB00182

Ritratto dell’ingegnere idraulico Giovan Antonio Tadini

Figlio del conte Antonio Defendente Tadini e di Maria Guizzardi, Antonio Tadini (Romano di Lombardia, 30 gennaio 1754 – 14 luglio 1830) è stato un ingegnere e matematico, nonché docente di fisica presso il Collegio Mariano di Bergamo. Fu autore di importanti studi di ingegneria idraulica, tra gli altri le Tavole idro-metriche per la dispensa delle acque correnti per uso della Regia Città di Bergamo, pubblicato nel 1825. Diotti, direttore della Scuola di Pittura dell’Accademia Carrara, lo ritrae nel 1826 proprio con in mano dei fogli di appunti manoscritti che si riferiscono chiaramente a questo trattato. L’ampia veduta sullo sfondo, che raffigura una veduta del ponte di Gorle sul Serio, è dovuta alla collaborazione di Pietro Ronzoni (Sedrina, 28 novembre 1781 – Bergamo, 29 aprile 1862), amico di Diotti e specialista nella pittura di paesaggio.

Ritratto dell’ingegnere idraulico Giovan Antonio Tadini | Giuseppe Diotti, 1779/ 1846 | 06CB00171