Eseguito a Bergamo, nel 1898, il dipinto si situa a metà strada tra il ritratto e la scena di genere o di costume, un soggetto quest’ultimo frequentato da Tallone nel corso degli anni Novanta in opere come La massaia, inviata a Milano alla Triennale del 1894 (Milano, Galleria d’Arte Moderna), o La pastorella, esposta a Torino nel 1898, nei quali l’artista utilizza la moglie e i figli come modelli. In questa tela è raffigurata la primogenita Irene (Bergamo 1889 – Milano 1905), nata dal matrimonio con Eleonora Tango, che il pittore sposava a Roma il 18 aprile 1888. La giovane, che all’epoca della tela aveva nove anni, aveva già posato l’anno prima per un celebre ritratto che Tallone aveva inviato alla esposizione internazionale d’arte di Venezia e che ora si trova alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. In questo dipinto il padre sembra averla colta in un momento di riposo, come se la giovane fosse entrata nello studio dell’artista per osservarlo al lavoro. Irene è seduta e con la mano sorregge teneramente il capo. L’abbigliamento è quello di tutti i giorni: una grande gonna blu e una camiciola bianca dalle larghe falde. I lunghi cappelli si adagiano lungo le spalle, mentre il suo sguardo fissa un po’ annoiato lo spettatore. Sul tavolo accanto alla fanciulla si trovano alcune ciliegie che, oltre a ricordare l’arrivo dell’estate, compongono una deliziosa natura morta, mentre alle spalle della ragazza si notano le rose che danno il titolo al quadro. Realizzato da Tallone con l’abituale immediatezza e scioltezza esecutiva, il dipinto deve il suo fascino al fragile equilibrio trovato dall’artista tra l’aderenza al dato naturalistico e le convenzioni della scena di genere. Il patetismo un poco stucchevole che accompagnava sovente questo genere di raffigurazioni è abilmente evitato da Tallone a favore di una tenera immagine della giovinezza e dell’amore filiale.
Ritratto della figlia Irene (Ragazza con rose) | Cesare Tallone, 1853/ 1919 | 06CB00234